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Dopo il Venezuela, è la volta di Cuba. “Come Presidente degli Stati Uniti, ho l’imperativo di proteggere la sicurezza nazionale e la politica estera di questo Paese”, inizia così un ordine esecutivo della Casa Bianca nel quale si dichiara che L’Avana rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria […] per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Nell’ordine si accusa Cuba di “allinearsi e fornire supporto a numerosi paesi ostili, gruppi terroristici transnazionali e attori malvagi avversi agli Stati Uniti”, tra cui Russia, Cina e Iran e di fornire “assistenza in materia di difesa, intelligence e sicurezza agli avversari nell’emisfero occidentale” e di violare i diritti umani dei suoi cittadini. Inutile commentare tali sciocchezze.

Gli ha fatto eco il Segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha parlato esplicitamente di un cambio di regime. Era ovvio che l’isola sarebbe stato il prossimo obiettivo di Washington nella sua folle realizzazione dell’America First 2.0, una versione aggressiva dell’originale America First, dottrina che era stata rivenduta all’opinione pubblica americana come avversa alle avventure belliche e ai cambi di regime in giro per il pianeta (tanto che parte dei Maga si stanno allontanando da Trump).

In realtà, tale riorientamento non è altro che una convergenza tra i dettami dell’America First originale e la dottrina neoconservatrice che, sconfitta alle presidenziali del 2024 – tanto che i neocon (i Never-Trump) si erano schierati con Kamala Harris – ha vinto successivamente, informando la nuova amministrazione e incrementando al parossimo gli elementi dell’America First congeniali a tale prospettiva.

Così il legame prioritario con Israele dell’America First ha riaperto le porte all’interventismo Usa in Medio oriente; allo stesso modo la Dottrina Monroe, che avrebbe dovuto sancire il ritiro degli Usa dal mondo in favore dell’isolazionismo, è stata invece usata per un rinnovato interventismo nell’emisfero americano riprendendo di quella dottrina non l’originale, ma il corollario Roosevelt, che aprì le porte alla politica delle cannoniere.

Anche in questo caso fu una distorsione, perché l’originale dottrina Monroe aveva uno scopo difensivo; proclamata, infatti, nel 1823 era nata a tutela dei Paesi latinoamericani che si erano appena liberati dal giogo coloniale: un monito ai Paesi europei a non tentare di ripristinare i propri domini in America latina, tentativo che avrebbe visto Washington difendere la sovranità dei nuovi Stati americani.

Oltre a questi due elementi, l’America First 2.0 è anche frutto dall’enfatizzazione di un elemento che già conteneva rischi nella versione originale: la preminenza degli Stati Uniti sugli altri Paesi dell’orbe, sul quale pretendeva la primazia, che poi è una declinazione dell’eccezionalismo statunitense forgiato nelle fucine neocon. Eccezionalismo al quale le pose e lo sfoggio muscolare di Trump ha dato alimento.

Così Cuba, bersaglio della rinnovata aggressività statunitense, stavolta giustificata non dall’interesse, come l’intervento in Venezuela, il braccio di ferro sulla Groenlandia o l’operazione immobiliare da realizzarsi sul genocidio di Gaza, ma alla stregua dei regime-change del passato, segnalando anche un iniziale cambiamento dottrinario per la nuova America First (peraltro, l’ordine esecutivo individua nuovamente come “ostili” Russia e Cina, che invece la recente direttiva sulla Strategia nazionale aveva ridotto ad antagonisti con i quali le conflittualità erano gestibili).

Le minacce rivolte a Cuba sono simili a quelle rivolte al Venezuela, da cui tanti analisti prevedono che Washington favorisca un intervento simile a quello avvenuto a Caracas, un regime-change soft, rispetto a un intervento armato vero e proprio. L’attuale dirigenza cubana dovrebbe essere in parte preservata per evitare il caos, ma piegata agli interessi degli States.

Un modo per cercare di salvare l’immagine dell’Impero, che ha tentato di rivendere al mondo l’attacco al Venezuela come una banale “operazione di polizia” per arrestare un latitante e non una guerra contro un Paese sovrano che ha causato diverse vittime e si è conclusa con il rapimento di un capo di Stato straniero.

Proprio questa querelle è stata a tema di un acceso diverbio tra il senatore repubblicano Rand Paul e Marco Rubio in un’audizione della Commissione Esteri del Senato, con quest’ultimo chiamato a giustificare perché l’aggressione contro il Venezuela non fosse stata sottoposta al vaglio del Congresso, organo che solo ha il potere di decidere se entrare o meno in guerra.

Mentre Rubio continuava a ripetere ostinatamente la versione dell’operazione di polizia, Paul replicava con altrettanta ostinazione: “Se un paese straniero bombardasse le nostre difese aeree, catturasse e rimuovesse il nostro presidente e bloccasse il nostro paese, sarebbe considerato un atto di guerra?”

Inutile dirimere su torti e ragioni, alquanto ovvi, resta che anche la giustificazione dell’operazione di polizia non è nuova, ma qualcosa che appartiene alla cassetta degli attrezzi dell’armamentario bellico americano.

Gli Stati Uniti, ad esempio, non hanno mai dichiarato guerra ai Vietcong, né al Vietnam del Nord nonostante l’impegno dispiegato in Indocina. Così su Journalisminaction: “All’inizio degli anni ’60, il governo dichiarò che il conflitto era ‘un’azione di polizia’ e i media americani lo trattarono come tale”.

Resta la domanda: è possibile che Trump abbia aperto un nuovo fronte per sviare e dare un contentino ai neocon e così avere agio di evitare l’intervento contro l’Iran? Possibile, certo, ma non si accontenteranno. Inoltre, più si piega ai loro diktat, più gli sarà difficile eludere la morsa nella quale lo stringono.

Peraltro, in una nota recente abbiamo accennato a come lo scandalo Epstein sia la leva privilegiata dai neocon per far pressioni su Trump. E che lo scandalo è riposto nell’apposito cassetto quando questi obbedisce. Trump sta prendendo tempo sull’Iran, nel tentativo di evitare l’abisso di una guerra su larga scala. Puntuale, lo scandalo Epstein ieri è tornato a ruggire.

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