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Domenica scorsa, vicino a Ramallah, si è vista la reale influenza diplomatica italiana in Medio Oriente: due carabinieri, in servizio presso il consolato di Gerusalemme,  sono stati fermati da un uomo armato in abiti civili, che senza troppi complimenti li ha costretti a inginocchiarsi e li ha interrogati, rilasciandoli solo dopo averli fatti parlare con un misterioso intermediario. C’è voluto questo rituale di sottomissione, comune a migliaia di palestinesi in Cisgiordania, per convincere il governo di Roma a convocare per la prima volta l’ambasciatore israeliano dopo due anni di pulizia etnica.

L’Italia ha parlato inizialmente di un “colono” che ha agito fuori da ogni protocollo; Israele ha risposto parlando di un “soldato” che applicava procedure standard in un’area militare, sostenendo che l’auto non fosse identificabile (nonostante le targhe diplomatiche). Al di là della disputa sui fatti, l’episodio ci dice in che stato è la nostra architettura di sicurezza quando Paesi terzi mettono piede in Palestina e  sul ruolo, sempre più umiliante, delle nostre istituzioni in questo iper-conflitto che perdura nonostante la tregua di ottobre.

Ma questa presenza dei carabinieri in Cisgiordania è un’anomalia? Nient’affatto. È semmai un esempio paradigmatico di quella che potremmo definire “la diplomazia in divisa” tricolore. L’Arma non si limita a proteggere le ambasciate; partecipa a missioni come la MIADIT, addestrando la polizia palestinese a Gerico, o collabora con missioni UE come l’EUBAM a Rafah.

In un certo senso, esportiamo il modello italiano: quella velleità, da molti anni, di essere militari senza sembrare occupanti, provando a mediare tra la legge e le leggi della strada. È la nostra quota di partecipazione al mantenimento di un ordine internazionale che però, nei fatti, appare sempre più eroso. Quando un carabiniere viene fatto inginocchiare, però, o da un colono, o da un soldato che ne mima i modi, in un contesto in cui dopo il 7 ottobre ormai qualsiasi differenza tra le due figure è scomparsa, e dove l’IDF protegge regolarmente i pogrom dei fanatici violenti, a subire l’umiliazione non è solo l’individuo, ma la pretesa che l’Italia abbia una qualche voce in capitolo con l’alleato israeliano. La presenza dei carabinieri, semmai, è la proiezione di una diplomazia ridicola, in un territorio dove il sovrano è uno solo.

L’esercito israeliano sostiene che il soldato non ha riconosciuto la targa diplomatica. Del resto in un territorio dove il diritto internazionale viene sistematicamente “eroso” dall’espansione degli insediamenti, qualsiasi segno neutrale ha perso il suo potere protettivo.

Le ambizioni frustrate di Israele

Ma aguzzando l’immaginazione potremmo leggere l’episodio anche come un segnale politico, che arriva in un momento delicato: Israele, nonostante la vicinanza della destra trumpiana e mondiale, è più isolato di sei mesi fa, teme di essere progressivamente mollato dalla Casa Bianca e vede restringersi lo spazio per le sue ambizioni regionali. Il fatto che Washington, col grottesco Board of Peace, metta Tel Aviv “allo stesso livello” degli altri attori mediorientali è vissuto come un affronto.

Israele potrebbe aver voluto marcare quindi la distanza e la diffidenza verso l’Italia, segnalando la propria contrarietà al nostro ruolo nelle missioni di stabilizzazione e alla possibile riorganizzazione delle forze di sicurezza a Gaza,  mentre Netanyahu preme su Trump per colpire l’Iran prima che si consolidi una nuova alleanza regionale, in una specie di corsa contro il tempo. Un messaggio mafioso, insomma.

L’Italia invia ogni anno circa 8mila persone in missioni internazionali. È un investimento massiccio in termini di capitale umano e politico. Ma l’incidente di Ramallah mette a nudo la fragilità di questa strategia: mandiamo esperti di ordine pubblico in luoghi dove l’ordine è un concetto soggettivo, imposto da un solo egemone, dal fiume al mare. Le nostre divise si ritrovano a essere testimoni impotenti di una società israeliana che parla solo il linguaggio della forza bruta. C’è chi ancora crede di poter fare manutenzione al sistema internazionale, mentre opera su una macchina che ha ormai il motore fuso.

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