Sono giorni decisivi per la Repubblica Islamica dell’Iran, chiamata a capire se la prospettiva di un intervento militare statunitense sul suo territorio è plausibile o meno. E a cogliere ogni occasione per ravvivare quel dialogo con Washington su cui ieri è emersa come principale facilitatrice la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e Hakan Fidan, che hanno ricevuto a Ankara il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Ankara teme lo scenario-caos in un Paese già scosso da settimane di proteste contro il governo, al pari degli altri Stati della regione, e non vuole dare spazio alla rivale Israele nello scacchiere mediorientale, conscia che una crisi o un collasso dell’Iran guidato dall’ayatollah Ali Khamenei aprirebbe un buco nero supermassiccio nel centro dell’arco di crisi che corre dal Mar Rosso al Pamir e l’Hindu Kush e dal Libano allo Yemen. Al contempo, i Paesi arabi della regione dissuadono gli Usa dall’intervenire.
Il sentiero stretto di Trump per colpire l’Iran
Del resto, per Donald Trump e l’amministrazione americana la finestra di pressione sull’Iran è assai asimmetrica rispetto all’iniziale fase delle proteste. E al contempo la volontà di spingere fortemente sulla ricerca di un accordo sul nucleare e il futuro dell’Iran nettamente pregiudizievole per Teheran ha superato ogni retorica presa di posizione sul possibile cambio di regime nel Paese o sulla lotta per la democrazia in Iran.
Si è totalmente defilato il profilo di Reza Ciro Pahlavi, spesso salutato come uomo dell’opposizione, e il discorso non sembra più riguardare la repressione delle proteste o il numero di morti (su cui ormai le cifre si sprecano in maniera talmente disomogenea da chiamare prudenza) ma, bensì, la possibilità che la pressione militare Usa riprenda il discorso dal punto in cui nel giugno 2025 era stato interrotto. Il naufragio dell’accordo sul nucleare, l’assalto israeliano, il raid americano contro i siti nucleari iraniani (Operazione “Midnight Hammer”), il cessate il fuoco dopo dodici giorni di scontro non decisivi hanno lasciato un clima sospeso di tensione e rivalità.
Il regime iraniano non collassa
Nonostante duri colpi subiti e una decapitazione dell’apparato militare di vertice da parte dei raid israeliani, allora lo Stato iraniano non collassò. La scommessa americana di poterne accelerare la caduta ora in caso di attacco appare parimenti azzardata.
Come ha ricordato l’ambasciatore Marco Carnelos su Middle East Eye, “il collasso dello Stato iraniano, che alcuni falchi statunitensi e israeliani sognano nelle loro fantasie più sfrenate, è una prospettiva ben più terrificante per la stabilità complessiva della regione rispetto all’attuale ordine sotto il governo ferreo della Repubblica Islamica” e, del resto, un attacco esterno compatterebbe la leadership di Teheran più che frammentarla:
Gli iraniani sono storicamente allergici all’influenza o all’egemonia straniera. Un tentativo di cambio di regime potrebbe facilmente ritorcersi contro i suoi sostenitori. Ancora una volta, è opportuno ricordare le dure lezioni dell’Iraq.
I dubbi sull’Iran che verrà
C’è molta nebbia, come abbiamo più volte sottolineato, attorno all’Iran. Non sappiamo in che misura nel Paese ci siano ancora focolai attivi di proteste e in che proporzione essi siano stati soffocati nel sangue; non abbiamo un’idea chiara delle vittime e non sappiamo se all’indubbiamente pesante mano dei Pasdaran e dei Basij nella repressione si siano aggiunti i morti causati da scontri armati e potenziali focolai insurrezionali interni all’Iran; va valutata la nuova composizione dell’architettura di potere dell’Iran dopo queste settimane di proteste.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!
Va valutato, inoltre, in che misura il presidente Masoud Pezeshkian e gli apparati a cui fa riferimento anche Araghchi mantengono la barra dritta e in che misura invece la nuova fase repressiva ha espanso il potere del corpo dei Guardiani della Rivoluzione guidato da Mohammad Pakpour dopo l’uccisione di Hossein Salami durante la guerra dei dodici giorni. Inoltre, va capito se tra le proteste, alla fine, Pezeshkian sia riuscito con le sue promesse di riforme economiche, con la sua spinta sui sussidi alle classi più svantaggiate e con la promessa di lottare contro l’inflazione a selezionare un gruppo in cui affrontare il malcontento con pragmatismo.
Un attacco rafforzerebbe il regime
Al contempo, va compreso quanto sia chiaro, in seno agli apparati della Repubblica Islamica, che a prescindere dalla prospettiva di scontro con gli Stati Uniti, ormai l’attuale sistema di potere iraniano sia un moloch difficilmente sostenibile e che dall’apertura economica a quella sociale il sistema necessiti di profonde ristrutturazioni. La Repubblica Islamica ha una data di scadenza che coincide con la fine della fase in cui Ali Khamenei, uomo simbolo dell’istituzione fondata da Ruhollah Khomeini e al potere da quasi 46 anni (fu presidente dal 1980 al 1989, è Guida suprema dal 1989), non sarà più in grado di esercitare leadership e coordinamento.
Risulta doveroso prepararsi a quella fase, per capire se il sistema proseguirà il percorso tracciato o se si concretizzeranno delle svolte strategiche, dalla possibile evoluzione castrense centrata sui Pasdaran a un cambio collegiale nella guida teocratica. Ma ormai le sempre più pressanti pulsioni espresse dalle piazze e dalla società non possono essere rubricate al frutto esclusivo di influenze esterne e mostrano la necessità di un’evoluzione strutturale.
Paradossalmente, proprio un attacco americano e israeliano darebbe tempo e respiro a un sistema contraddittorio e in difficoltà per riorganizzarsi. Nota Carnelos che “sembra difficile trovare, all’interno della struttura di potere e di sicurezza iraniana, persone disposte a tradire l’ayatollah Ali Khamenei, come hanno fatto i più fidati collaboratori del presidente venezuelano Nicolas Maduro a Caracas all’inizio di questo mese”. E sarà ancora più difficile trovarli se Washington sceglierà la via della guerra, che spingerà inevitabilmente il Paese al rallying around the flag.

