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Oggi Trump ha detto di aver parlato con l’Iran, dopo che ieri aveva dichiarato di avere intenzione di farlo e che “sarebbe fantastico” non usare la forza. Probabile che il dialogo cui ha fatto riferimento sia stato indiretto, tanti infatti a mediare, tra cui il Timesofisrael annovera l’Arabia Saudita, che sta smistando messaggi tra le parti, mentre ieri, è stato il turno della Turchia a offrirsi ufficialmente come tramite.

Trump confirms talks with Tehran, is reportedly mulling raids by troops on Iranian facilities

Una proposta seria, avvenuta durante la visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ad Ankara, che si è intrecciata con la telefonata tra il presidente turco Recep Erdogan  e il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian: uno scambio di vedute per rafforzare i rapporti tra i due Paesi e trovare vie di de-escalation.

Per inciso, va ricordato che nel corso del recente regime-change iraniano la Turchia ha bloccato l’afflusso delle milizie curde che, dal proprio territorio, stavano infiltrandosi in Iran per sostenere, armi alla mano, i cosiddetti manifestanti pacifici.

Gli Stati Uniti devono tener in qualche modo conto la volontà della Turchia, com’è avvenuto in Siria dove ha favorito la sua prospettiva di porre fine all’autonomia delle milizie curde, che dovrebbero integrarsi nell’esercito regolare, vanificando, per ora, il piano israeliano di disgregare il Paese.

Al netto delle mediazioni in atto, resta che Trump ha ammorbidito i toni nei confronti di Teheran, cosa che va registrata con il cauto sollievo del caso.

Un’apertura subito accolta da Teheran, che per bocca di Araghchi, nella conferenza stampa successiva all’incontro col suo omologo turco, ha ribadito in maniera ancora più netta che il suo Paese è pronto a negoziare.

Ciò avviene mentre sui media internazionali continuano a riecheggiare i tamburi di guerra, come di consueto prima delle guerre statunitensi dal momento che tanti di essi sono consegnati al Credo delle guerre infinite. Così si susseguono notizie sui piani per l’attacco, sulle forze in campo e sulla inconsistenza delle difese iraniane (che oggi hanno rivelato la lunga teoria di tunnel sotterranei con migliaia di missili pronti a colpire le navi statunitensi e chiudere lo Stretto di Hormuz).

In attesa degli sviluppi, significativa quanto rivelato dal presidente dell’Associazione dei giornalisti iraniani Masha’Allah Shams al-Wa’izin ad al Mayadeen secondo il quale gli americani, tramite terze parti, avrebbero proposto all’Iran un attacco limitato ad alcune delle sue strutture, al quale Teheran dovrebbe reagire evitando una “risposta severa”.

US threatened attacks on Iranian facilities via 3rd party: Exclusive

A dare fondamento all’indiscrezione è il fatto che ciò è già avvenuto lo scorso giugno in occasione dell’attacco ai siti nucleari che ha posto fine alla guerra dei 12 giorni (e peraltro, anche in occasione della reazione al proditorio assassinio del generale Qasem Soleimani del 2020 Teheran aveva pattuito con Washington una reazione del tutto simbolica).

Ma stavolta sembra che le autorità di Teheran non siano disposte a siglare intese sottobanco, almeno questo è quel che hanno dichiarato ufficialmente affermando che qualsiasi attacco al loro territorio innescherebbe una risposta dura.

Al solito, all’interno dell’Impero si sta consumando un braccio di ferro tra neocon, rafforzati dalle pressioni israeliane, e Trump, con i primi che premono per incenerire l’Iran e il presidente che tenta, con le ambiguità del caso, di eludere la stretta cercando sponde interne ed esterne.

E forse i toni meno incendiari di Trump sono dovuti anche alla telefonata intercorsa ieri con Putin, nella quale il primo ha chiesto al secondo di sospendere per una settimana i bombardamenti sull’Ucraina, proposta accolta dall’interlocutore. Non è chiaro se la moratoria riguardi solo gli impianti energetici, contraddittorie le versioni, ma resta importante.

Certo, la de-escalation serve essenzialmente a favorire i negoziati tra Mosca e Kiev mediati dagli Usa in corso ad Abu Dhabi, ma appare alquanto ovvio che i due presidenti abbiano anche parlato dell’Iran, dal momento che lo zar è più volte intervenuto sulla crisi in atto proponendosi come mediatore.

Invece, la leadership europea ha palesato nuovamente la propria stolidità pensando pensato bene di etichettare come terroristi i membri delle Guardie della rivoluzione iraniane. Un’iniziativa inutile, ma presa non a caso mentre le tensioni salgono al parossismo allo scopo di urgere la guerra.

Al di là dell’ovvia considerazione sulla diversità di trattamento tra l’IRCG e le forze che hanno consumato il genocidio di Gaza, appaiono lontani i tempi in cui la Francia rimproverava agli States l’illegalità dell’intervento in Iraq. Ormai i leader europei si sono decisamente allineati ai desiderata dei neocon, appoggiando da anni tutte le loro disastrose avventure.

Ciò anche quando queste procurano danni alla stessa Ue. Come avverrà, se davvero scoppierà una guerra, con la chiusura di Hormuz. Una pulsione al suicidio che potrebbe risultare incomprensibile se non fosse che tale determinazione, e quelle pregresse, servono a conservargli il potere, dal momento che contano sull’enorme influenza dei fautori delle guerre infinite per preservare i propri scranni.

Infine, una notazione a margine. Avevamo accennato a come le manifestazioni di massa che hanno imperversato in Iran, subito infiltrate dai sanguinari agenti del regime-change, fossero state innescate da una manovra esterna che, forzando la crisi pregressa, aveva fatto collassare il sistema economico-finanziario del Paese.

Jeffrey Sachs: Engineering Iran’s Unrest

Intuizione banale la nostra, confermata nientemeno che dal Segretario del Tesoro Usa Scott Bessent, già garzone di bottega di Soros, in un’intervista rilasciata a margine del Forum di Davos: “Il presidente Trump ha ordinato al Tesoro e alla nostra divisione OFAC, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri, di esercitare la massima pressione sull’Iran. E ha funzionato, perché a dicembre la loro economia è crollata. Abbiamo assistito al fallimento di una grande banca; la banca centrale ha iniziato a stampare moneta. C’è carenza di dollari. Non riescono a importare, ed è per questo che la gente è scesa in piazza”.

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