C’è un modo semplice per capire quando una potenza si prepara a un mondo più duro: non guarda ai discorsi, guarda al portafoglio. La Cina sta riducendo in modo costante le sue riserve di titoli del Tesoro statunitensi, scese a 682,6 miliardi di dollari a novembre 2025, il livello più basso da settembre 2008. Nel frattempo, le riserve auree ufficiali sono salite a quota 2.306 tonnellate a fine 2025, con acquisti dichiarati per 14 mesi consecutivi. Letta così, la fotografia è chiara: meno esposizione diretta a Washington, più copertura su un bene che non dipende da una firma politica. Non è una fuga precipitosamente “antiamericana”. È una riduzione del rischio, lenta e intenzionale.
Scenari economici
Il punto non è solo “vendere titoli e comprare oro”. Il punto è la fragilità del legame tra riserve valutarie e geopolitica. I titoli del Tesoro USA sono stati per decenni il deposito naturale della ricchezza estera: liquidi, profondi, apparentemente neutrali. Ma quando le sanzioni diventano strumento ordinario di politica estera e quando i pagamenti possono essere bloccati o condizionati, la neutralità si accorcia. L’oro, invece, non promette rendimento: promette indipendenza dal permesso altrui. È una scelta che ha tre effetti economici:
- Riduce la vulnerabilità a shock politici: sequestri, congelamenti, restrizioni su circuiti finanziari.
- Aumenta la resilienza della banca centrale: in uno scenario di crisi, l’oro resta spendibile e trasferibile, anche se a costi e tempi diversi.
- Rende più costosa la gestione del debito USA per l’immagine: non perché la Cina “fa crollare” il mercato (altri comprano e la domanda resta forte), ma perché segnala che la fiducia non è più automatica.
Il paradosso è che Washington, nel breve, non soffre davvero: i dati mostrano che le detenzioni estere complessive sono cresciute e che altri attori hanno assorbito l’offerta. Ma Pechino non ragiona sul breve: ragiona sul margine di manovra.
Il nodo dell’oro “non dichiarato”
Qui bisogna essere precisi. Sappiamo cosa la Cina dichiara: 2.306 tonnellate a fine 2025. Sappiamo anche che, secondo stime circolate sui mercati, gli acquisti effettivi potrebbero essere molto più alti di quelli comunicati mese per mese. Per esempio, Goldman Sachs avrebbe stimato che in alcuni mesi del 2025 gli acquisti reali potessero essere di molte volte superiori a quelli ufficiali (ad esempio circa 15 tonnellate in settembre contro circa 1 tonnellata dichiarata). E altre analisi, basate su scarti tra importazioni e dati ufficiali, arrivano a ipotizzare un ordine di grandezza “oltre dieci volte” su base annua. Traduzione: non è solo accumulo, è anche opacità deliberata. E l’opacità, quando riguarda riserve strategiche, è già un messaggio.
Valutazione strategica militare
L’oro non è un’arma, ma è ciò che permette di reggere una guerra lunga: una garanzia per importazioni critiche, una rete di sicurezza in caso di strozzature sui pagamenti, una riserva che può sostenere filiere sensibili. In un mondo in cui le crisi si giocano su semiconduttori, energia, componenti e trasporti, la capacità di pagare “anche quando qualcuno prova a spegnere l’interruttore” è parte della deterrenza. Ridurre i titoli del Tesoro significa anche ridurre la quota di ricchezza cinese esposta a decisioni legali e politiche statunitensi. È un modo per abbassare il costo potenziale di uno scontro prolungato.
Geopolitica e geoeconomia
Qui la parola chiave è una sola: preparazione. Pechino non sta dicendo “il dollaro finisce domani”. Sta dicendo: “se il mondo peggiora, io voglio meno punti deboli”. È un tassello di una strategia più ampia di diversificazione delle riserve e di riduzione della dipendenza da un solo centro finanziario.
Per gli Stati Uniti, invece, il segnale è doppio: sul piano tecnico, il mercato regge; sul piano politico, cresce l’idea che la finanza globale sia sempre meno un terreno neutro e sempre più un terreno di conflitto.
Il punto finale
Questa storia non è la cronaca di una vendita. È la cronaca di un’epoca che cambia: quando una grande potenza sposta lentamente la propria ricchezza da una promessa di pagamento a un bene fisico, sta dicendo che teme meno l’inflazione e più la politica. E quando lo fa senza raccontare tutto, sta dicendo anche un’altra cosa: nel prossimo giro, la sorpresa conterà quanto la forza.

