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Il Giorno della Memoria fu istituito in Italia nell’anno 2000, dopo un dibattito intenso su quale esattamente fosse la data in cui farlo cadere. Fu proposto il 16 ottobre, il giorno del 1943 in cui i nazisti compirono il rastrellamento del ghetto di Roma; altri avanzarono il 5 maggio, data della liberazione del campo di Mauthausen, dov’erano segregati tanti deportati politici italiani; altri ancora il 27 gennaio, la data puoi prescelta, ovvero il giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa sovietica liberarono Auschwitz, il lager diventato negli anni simbolo della tragedia universale degli ebrei in Europa. Accenti diversi dentro una sola immane tragedia: l’Olocausto. Cinque anni dopo (nel sessantesimo anniversario della liberazione dei campi nazisti) arrivò anche la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale dell’Onu, che trasformò il 27 gennaio in un grande momento di commemorazione internazionale.

Il tempo, lo studio e il racconto dei superstiti hanno fatto sì che il Giorno della Memoria diventasse un giorno consacrato. Una grande liturgia laica che attraversa la coscienza della nazione, soprattutto di una nazione come la nostra che, come ha ricordato la premier Giorgia Meloni, non può permettersi di dimenticare “la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni”, conseguente alle leggi razziali del 1938. Sulle liturgie, però, il tempo agisce anche in altro modo: le leviga, le stempera, in parte le neutralizza. Era successo anche con il Giorno della Memoria, diciamolo onestamente. Omaggi un poco più formali, incontri un poco più scontati… Crediamo che qualunque ebreo italiano potrebbe essere d’accordo con noi.

E invece oggi, 27 gennaio 2026, siamo più che mai coscienti di quanto sia importante quella Memoria, e quanto conti la pur piccola (rispetto alle dimensioni dell’Olocausto) fiaccola che ogni anno oggi proviamo ad accendere. Nulla come la Shoah finalmente fermata nel 1945 può ammonirci a non trascurare quelle che verrebbe da definire la “piccole Shoah quotidiane” del nostro tempo. In Ruanda nel 1994, a Srebrenica nel 1995, i Rohingya dal 2015, a Gaza negli ultimi due anni, in Sudan, in Iran nelle scorse settimane. E poi gli ucraini, i curdi, gli alawiti in Siria… Gli armeni all’inizio del secolo.

Un faro sugli angoli bui

Sappiamo bene che la Shoah è imparagonabile. Ma proprio per questo non può “servire” esclusivamente alla battaglia, fondamentale, contro l’antisemitismo, che tutti danno in drammatico aumento senza però chiedersi se le radici del fenomeno affondino non solo nell’ostilità verso gli ebrei ma in un clima più generale di xenofobia, razzismo, odio verso il diverso, insofferenza esistenziale nei confronti dell’altro? Nessuno, dicevamo, può paragonarsi a un ebreo. Ma l’esperienza della sofferenza del popolo ebraico e il suo futuro non sono anche il futuro di noi tutti? Di ogni minoranza? Di ogni diverso credo o colore della pelle o lingua? Potremmo, per fare una specie di prova del nove, rendere omaggio alle sofferenze dei palestinesi o dei rohingya o dei sudanesi senza pensare anche agli iraniani o ai bosgnacchi? E se il Giorno della Memoria non illumina come un faro tutti i nostri angoli bui, perché ne siamo così tanto colpiti?

Lo sa bene, ci pare, la senatrice Liliana Segre, che su questi temi è solita dire le cose più sagge e illuminate. Non a caso è stata lei, e non altri, a dire che “il valore universale degli insegnamenti che derivano dalla Shoah ci porta a riflettere sempre sulle tragedie e i crimini che ancora dilagano nel mondo”. E ad aggiungere: “Non si può usare Gaza «contro» il Giorno della Memoria, tentare di oscurarlo, alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione, di distorsione e di inversione della Shoah; non si può accettare che diventi occasione di una vendetta sulle vittime di allora”. È giusto dirlo, perché è una tentazione a cui cedono molti. Ma è giusto dire anche il contrario, perché anche questa è una tentazione assai diffusa: non si può usare la Memoria della Shoah per oscurare la strage dei palestinesi, o come omaggio rituale con cui una società indifferente si esenta da altre e meno scontate partecipazioni.

In La banalità del male, Hannah Arendt scriveva: “È nella natura delle cose che ogniazione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato”. Per questo il Giorno della Memoria ci riguarda tutti. Assai più che il passato, riguarda il futuro.

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