Silenzioso, graduale, inesorabile: gli Stati Uniti stanno mettendo in atto un rafforzamento graduale del loro pesante dispositivo militare in Medio Oriente e nel quadrante del Golfo Persico attorno all’Iran, dopo settimane in cui il braccio di ferro tra Washington e Teheran per la repressione delle proteste di fine 2025 e inizio 2026 è stato intenso.
L’arrivo del gruppo d’attacco della portaerei Uss Abraham Lincoln dall’Oceano Pacifico ha consolidato lo schieramento americano nella zona, come dimostra la seguente mappa postata su X dall’analista Osint Ian Ellis.

Si rafforza lo schieramento Usa attorno all’Iran
Rispetto allo scenario che su InsideOver abbiamo tracciato nelle scorse settimane, analizzando l’iniziale movimento di cacciabombardieri e aerocisterne verso il quadrante d’operazione del Comando Centrale (Centcom), le prospettive si sono raffinate.
Ad oggi gli Stati Uniti hanno schierato nella regione la Lincoln e la sua flotta d’appoggio di cacciatorpediniere armati di missili Tomahawk e, inoltre, in Giordania sono schierati gli F-15 Eagle II, mentre si segnala la possibile mobilitazione di equipaggi e aerei per missioni di ricognizione, che in occasione dell’Operazione Midnight Hammer di giugno che portò i B-2 Spirit americani a colpire i siti nucleari iraniani nel pieno della guerra di Teheran con Israele precedettero il decollo dei velivoli deputati a realizzare il raid. Gli analisti Osint segnalano in particolare il volo di aerei per intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr) RC-135 Rivet Joint nella regione.
Ad oggi, inoltre, in Qatar e Medio Oriente sta aumentando la presenza di aerocisterne capaci di sostenere un’eventuale incursione degli F-35 e F-18 imbarcati nella flotta della Lincoln contro l’Iran. Mentre non è ancora stata definita, o non è emersa, un’analoga catena di sostegno per un’operazione analoga realizzabile dai B-2 Spirit direttamente dal suolo americano, né si sono viste per ora operazioni volte a schierare i B-52 veterani dell’United States Air Force a Diego Garcia, isola strategica dell’Oceano Indiano.
Scenari incerti tra Usa e Iran
La prospettiva che si apre di fronte agli osservatori è quella di settimane che si preannunciano critiche. Innanzitutto, perché il governo iraniano si ritrova paradossalmente più sotto pressione ora che la fase più acuta delle proteste è stata repressa rispetto al momento del climax della repressione, quando il presidente Usa Donald Trump aveva minacciato ripetutamente un intervento.
Il build-up militare di Washington è accelerato dopo l’inizio della settimana del 12 gennaio che ha segnato il riflusso delle proteste e in cui lo stesso Trump dichiarò che “le uccisioni si stanno fermando” bloccando all’ultimo un assalto al regime dell’Ayatollah Ali Khamenei. Da allora sarebbero ripresi contatti informali tra Steve Witkoff, inviato speciale di Trump per il Medio Oriente, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Indubbiamente – ne abbiamo scritto più volte – il governo iraniano è apparso indebolito dalle proteste e secondo report dell’amministrazione raccolti dal New York Times le agenzie Usa starebbero prospettando a Trump l’idea che il regime di Teheran si trovi nella sua fase di massima fragilità dalla caduta di Reza Pahlavi nel 1979.
Non è detto che ciò sia errato. Ma il pensiero che questo potrebbe far cogliere agli Usa l’occasione di dare una spallata decisiva per far cadere Khamenei e la Repubblica Islamica si scontra con una realtà ben più complessa, che come esito prevedibile di un attacco statunitense vedrebbe, piuttosto, o una pericolosa guerra civile o un’anarchia da cui potrebbe emergere un Iran ancora più instabile.
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La via iniziale, con ogni probabilità, passerà per l’invito a dei negoziati, che Washington intende compiere con la pistola sul tavolo e la sua personale “diplomazia delle cannoniere”. Witkoff ha proposto una prima linea di negoziato a titolo personale il 16 gennaio, parlando all’Israel-American Conference a Hollywood, Florida, e sottolineando che gli Usa essenzialmente pretendono dall’Iran concessioni sull’arricchimento nucleare, sulla possibile decrescita dell’arsenale missilistico, sulla consegna dell’uranio arricchito dal 3,67% (limite fissato dagli accordi del 2015) al 60% e sul sostegno agli alleati regionali della Mezzaluna sciita. Concessioni pesanti il cui rifiuto potrebbe aprire la via dello scontro.
Cosa fa Israele?
Stupisce, in quest’ottica, l’atteggiamento apparentemente sornione di Israele, protagonista dell’attacco all’Iran a giugno ma che in questa fase sembra in secondo piano mentre Washington rafforza la pressione sull’Iran, tanto che diversi report parlano di una Tel Aviv che si sta preparando a possibili attacchi americani senza partecipare attivamente alla loro elaborazione.
Risulta complicato dare una concretezza a queste voci, anche se indubbiamente va registrato il fatto che il costo umano e materiale della guerra di giugno, che ha portato più volte l’Iran a bucare la cupola antiaerea israeliana e richiesto la continua assistenza americana, probabilmente dissuade il primo ministro Benjamin Netanyahu dall’affrontare una nuova avventura bellica nell’anno che porterà Tel Aviv a elezioni e in cui lo stesso premier si gioca il grosso del suo futuro politico e personale. La situazione è liquida e in continua evoluzione. Ma c’è un dato: lo schieramento militare americano in Medio Oriente è più vasto di quello che precedette i raid di giugno. E questo dato non può semplicemente essere derubricato per motivazioni politiche. Siamo nella fase in cui tutte le opzioni sono sul tavolo. E la scelta decisiva è in mano al presidente Trump.
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