Tra giugno e settembre del 1940, molte spie tedesche furono spedite nel Regno Unito, l’unica potenza europea a non essere caduta sotto il giogo del Terzo Reich, reduce dalla disfatta di Dunkerque e prossimo obiettivo del Führer.
L’alto comando di Berlino aveva iniziato a pianificare una possibile invasione dell’Inghilterra – con il nome in codice di Operazione Leone Marino – e le spie dell’Abwehr, il servizio d’intelligence tedesco, avevano ricevuto l’ordine di raccogliere quante più informazioni possibile sullo stato delle forze inglesi, oltre a compiere, ovunque potessero, azioni di sabotaggio ai danni di installazioni militari, difese costiere, linee di collegamento e altri obiettivi chiave. L’Operazione, nome in codice Lena, verrà ricordata come una delle missioni di intelligence più disastrose della storia.
Operazione Lena: in missione per il Führer
A dispetto delle trame avvincenti di film e romanzi come The Eye of the Needle e The Eagles has Landed (dove ricordiamo un grande Donald Sutherland), i servizi segreti nazisti fallirono miseramente nella loro missione, diventando, al contrario, una spina nel fianco per l’intera strategia di Berlino, che si ritrovò a fare affidamento su informazioni d’intelligence false, compromesse o “dopate” per tutta la durata della guerra, dato che le “spie inglesi” furono quasi tutte catturate e costrette al doppio gioco per salvarsi dal plotone d’esecuzione.
Gli agenti tedeschi che raggiunsero le coste dell’Inghilterra e della Scozia via mare, sbarcando da piccoli battelli rilasciati dagli U-boot, pescherecci che dovevano fungere da copertura, o dall’aria, lanciandosi con il paracadute nel cuore del territorio nemico come avrebbero fatto in Europa, e con ben più successo, gli omologhi del SOE, venivano smascherati anche nelle prime 24 ore e consegnati all’MI5, il controspionaggio inglese, che si trovò di fronte a profili completamente impreparati a operare senza una rete adeguata in territorio ostile. Talvolta, alcune spie si consegnarono direttamente alla polizia.

Una rete di spie impreparata
Tra gli anni Trenta e la vigilia della guerra, l’Abwehr dell’Ammiraglio Canaris aveva inviato oltremanica non meno di 250 agenti con il compito di mappare aeroporti, fabbriche, depositi di munizioni e infrastrutture energetiche britanniche. Tale rete, venne ritirata gradualmente, richiedendo l’invio di nuovi agenti che non erano preparati alle operazioni di spionaggio in tempo di guerra. Alcuni di loro non parlavano inglese, altri ignoravano del tutto gli usi e i costumi dell’Isola di Albione.
Nel caso dei quattro agenti che raggiunsero le coste del Kent sbarcando da un peschereccio che era partito da Boulogne nel cuore della notte, la combinazione di una trasmissione via radio facilmente intercettabile, e la richiesta di un bicchiere di sidro alle nove del mattino furono sufficiente a smantellare l’intera squadra. Lo stesso valse per i due agenti che raggiunsero la costa scozzese con un idrovolante e si presentarono con gli indumenti completamente zuppi di acqua di mare in una stazione ferroviari. Notati dal bigliettaio, vennero fermati dalla polizia che verificò immediatamente i loro documenti falsi.
Stando ai rapporti del tempo, altri agenti tedeschi si tradirono in modo grottesco: un agente chiese informazioni parlando lo stesso impeccabile tedesco che avrebbe usato Goethe, un altro tirò fuori dalla tasca dei Reichsmark per pagare il conto un pub, un altro ancora mise in allerta le autorità dopo aver provato ad acquistare una rivelante dose di agenti chimici che potevano essere impiegati per ottenere materiale esplosivo in una farmacia. In diversi casi, l’inadeguatezza fu tale da spingere gli stessi agenti a consegnarsi spontaneamente alla polizia; uno di loro, appena atterrato, confessò di essere una spia tedesca a un poliziotto britannico, che inizialmente credette a uno scherzo.
Emblematico il caso del gruppo composto dalla russa Vera Erikson, dal tedesco Karl Theodor Drücke e dallo svizzero Werner Waelti. Sbarcati in Scozia e diretti a Londra, destarono subito sospetti: documenti incompleti, incapacità di comunicare in inglese e un bagaglio contenente armi, materiali tedeschi e ingenti somme di denaro. Arrestati e interrogati, Karl e Werner furono condannati all’impiccagione, mentre la donna evitò la stessa sorte collaborando con le autorità britanniche e diventando un’agente dell’MI5.
Il controspionaggio britannico, colse rapidamente tutte le occasioni che la fallimentare operazione Lena gli aveva concesso, trasformando le spie catturate in agenti doppi da inserire nella rete del Comitato XX o Double-Cross, un sistema ideato Thomas Robertson, ufficiale dell’MI5 che aveva proposto di graziare gli agente nazisti scoperti e “condannati per perfidia” se avessero accettato di fornire informazioni false ai loro superiori.
Fu il caso di agenti come il danese Wolf Schmidt e il finlandese Goesta Caroli, che vennero paracadutati nella zona del Cambridgeshire e riuscirono a prendere contatto con una spia che sembrava essere scampata alle retate di Scotland Yard per stabilirsi a Londra, Arthur George Owens. Owens in realtà era stato catturato dal controspionaggio. Operava con il nome di codice di “Jhonny” e convinse Schmidt, che assunse il nome in codice “Tate”, a inviare “oltre mille messaggi radio” con informazioni false all’Abwehr. Lo stesso accade a due norvegesi, John Moe e Tor Glad, inviati sulla costa scozzese nel 1941 e immediatamente reclutati e per essere usati dal sistema del Double Cross.
La gonna che lampeggia e le partite di scacchi
Non tutte le spie tedesche vennero catturate, smascherate e usate dagli inglesi. È il caso degli agente dell’Abwehr che misero a punto un singolare escamotage per comunicare informazioni attraverso la vetrina di un negozio di Londra.
“Pesanti rinforzi del nemico sono attesi di ora in ora”. “Quattordici fortezze volanti arrivate ieri a Londra, ci si aspetta che i piloti bombardino Kiel”. Questi messaggi estremamente precisi, fatti di punti e linee dell’alfabeto Morse, comparivano “tratteggiati lungo i contorni luminosi di modellini di abiti femminili” e in particolare di una gonna. Il controspionaggio inglese scoprì il sistema soltanto nel 1942, dopo l’arresto di due spie tedesche. Altri documenti desecretati dimostrarono che Abwher ricorrevano ai più fantasiosi stratagemmi – o “tricks”- per comunicare con Berlino: l’inchiostro simpatico o invisibile; gli spartiti musicali; le descrizioni di partite a scacchi; particolari cartoline per innamorati, che nascondevano minuscoli rotoli di carta che contenevano dei messaggi cifrati.
Inettitudine o sabotaggio?
Il fallimento quasi grottesco dell’Operazione Lena ha spinto alcuni storici a ipotizzare che non si sia trattato soltanto di inettitudine di elementi inadeguati, mal selezionati dai reclutatori e addestrati ancora peggio, ma di una silenziosa operazione nell’operazione, un sabotaggio deliberato che era innescato all’interno dell’apparato d’intelligence tedesco. Com’era possibile che all’interno dell’Abwehr coesistessero sezioni che riuscivano a condurre operazioni relativamente sofisticate con spie e commando perfetti, e altre che aveva scelto di schierare gli uomini peggiori per ottenere informazioni sull’avversario principale?

Secondo una delle ipotesi più accreditate, Herbert Wichmann – ufficiale responsabile di una delle principali basi dell’Abwehr ad Amburgo – avrebbe scelto intenzionalmente agenti inadatti, privandoli persino delle informazioni più elementari per operare con successo in un territorio ostile, come ad esempio la conoscenza della valuta locale, e delle abitudini sociali, lasciandogli impiegare equipaggiamento e materiali di fabbricazione tedesca: un indizio estremamente compromettenti in caso di cattura. Una delle principali accortezze dello spionaggio, infatti, è sempre quella di indossare abiti, e utilizzare oggetti che non possano attirare sospetti. Pensiamo alle “scarpe troppo inglesi” degli agenti segreti inglesi.
Secondo gli storici, il legame tra Wichmann e l’ammiraglio Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr e in seguito giustiziato per alto tradimento a causa della sua opposizione al regime nazista, rafforzerebbe la tesi del “sabotaggio silenzioso” contro il Fürher e la sua intenzione di invadere l’Inghilterra dopo aver acquisito la supremazia aerea e navale nella Manica. Una supremazia che la Luftwaffe, come sappiamo, non ottenne mai. Altri storici hanno avanzato un’ipotesi diversa: molti agenti non tedeschi si sarebbero semplicemente “offerti volontari” con l’intenzione di disertare immediatamente, per fuggire dall’Europa occupata e dal Nazismo che evidentemente non avevano ben accolto.
Emerse comunque, e con una certa evidenza, il divario tra l’addestramento impartito agli agenti che l’Abwehr inviò nel Regno Unito, e quello impartito agli agenti che le Special Operations Executive alleato inviò nell’Europa occupata: dotati di coperture credibili, documenti falsi accurati e abbigliamento adeguato, ottime capacità nella attività di spionaggio, nella crittografia e nell’uso di apparati radio clandestini.
In assenza di prove definitive riguardo la tesi di un tentativo di sabotaggio interno all’intelligence tedesca, non si possono ancora oggi stabilire le ragioni alla base del fallimento dell’Operazione Lena. Certo è, che quella serie di errori ingenui, a tratti tragicomici, ne hanno fatto uno dei tentativi di spionaggio più disastrosi della storia.

