Negli Stati Uniti, il furioso dibattito sull’operato dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e delle agenzie del Department of Homeland Security (DHS) si è intensificato drammaticamente nelle ultime ore a seguito del tragico omicidio di Alex Jeffrey Pretti, un infermiere di 37 anni residente nella città e cittadino statunitense.
Mentre nel Paese si discute del ruolo dell’ICE e dell’uso brutale della forza da parte delle autorità federali nell’ambito della vasta campagna di deportazione lanciata dall’amministrazione Trump, emergono accuse gravi su una presunta politica sistematica di intimidazione e sorveglianza nei confronti di chi documenta le operazioni degli agenti.
Secondo un articolo pubblicato dal giornalista investigativo Ken Klippenstein su Substack, il DHS avrebbe impartito istruzioni agli ufficiali dell’immigrazione di raccogliere informazioni identificative su chiunque li filmi durante le loro attività. Un funzionario federale coinvolto ha spiegato che ciò implica l’identificazione tramite social media, il controllo di targhe automobilistiche (quando disponibili) e la verifica di precedenti penali. Le informazioni verrebbero trasmesse a un’unità “Intel” per un’analisi approfondita.
La lista dei “terroristi domestici”
Questa pratica riguarderebbe non solo l’ICE, ma anche altre agenzie del DHS come la Border Patrol. L’obiettivo dichiarato, secondo le fonti citate da Klippenstein, sarebbe compilare una lista di manifestanti anti-ICE, considerati dall’amministrazione parte di una rete organizzata di “terroristi domestici”. Un episodio emblematico è avvenuto a Portland, Maine, dove un agente ICE, ripreso in video mentre fotografava l’auto di una donna che lo stava filmando, ha risposto alla sua domanda spiegando: «Perché abbiamo un bel database e ora sei considerata una terrorista domestica. Buon divertimento». La frase, lungi dall’essere una semplice provocazione, appare coerente con quanto riportato da fonti interne al DHS.
David Bier, direttore degli studi sull’immigrazione presso il Cato Institute, ha pubblicato un rapporto che documenta numerosi casi simili, concludendo che il DHS sta applicando una politica formale di intimidazione verso chi registra le attività degli agenti, spesso giustificandola con l’accusa di ostacolare l’applicazione della legge federale – un’interpretazione giuridica discutibile.
La raccolta di dati non si limiterebbe a scoraggiare le riprese, ma servirebbe a inserire i soggetti in database per potenziali azioni future. Bier ha spiegato che le informazioni vengono usate per verificare mandati pendenti o status migratori, ma il fine più ampio appare quello di mappare reti di opposizione.
Il caso di Pretti: ucciso perché filmava l’ICE?
La tragedia di Alex Jeffrey Pretti potrebbe essere collegato a tutto ciò. Pretti, infermiere di terapia intensiva e cittadino americano, è stato ucciso da agenti federali il 24 gennaio scorso. Secondo il capo della polizia di Minneapolis e quanto riportato da The Intercept, tuttavia, non era un target dell’agenzia federale: testimoni oculari lo descrivono come un osservatore civile che stava documentando le operazioni, gridando contro gli agenti ma senza minacce armate evidenti.
Un testimone anonimo ha raccontato a The Intercept che gli agenti stavano per andarsene quando hanno iniziato a spingere Pretti e un altro osservatore attraverso la strada; solo dopo è partito lo scontro culminato nella sparatoria. Secondo quanto ricostruito dalla Cnn e da altri media come il Washington Post, Pretti appare inizialmente in piedi sulla strada, con un cellulare in una mano con cui sta registrando gli agenti, mentre con l’altra mano dirige il traffico per gestire la situazione.
Mentre un agente federale parla con altri passanti, Pretti grida qualcosa all’ufficiale, esprimendo preoccupazione per la sicurezza delle persone vicine. L’agente si dirige quindi verso Pretti e spinge a terra una donna; l’infermiere a quel punto si pone immediatamente tra l’agente e la donna caduta a terra, intervenendo per proteggerla.
A quel punto l’agente spruzza Pretti con uno spray irritante e lo trascina a terra. Successivamente, l’infermiere cerca di afferrare lo zaino di un altro passante, forse cercando di prendere una bottiglia d’acqua per sciacquarsi gli occhi. In pochi secondi arrivano almeno altri sei agenti. Lo circondano, lo spingono a terra mentre lui sembra opporsi alla presa, e nasce una colluttazione confusa in strada.
Durante la lotta a terra un agente colpisce ripetutamente Pretti, che è già sul selciato. Da alcune inquadrature si vede un agente con giacca grigia infilarsi nel mucchio, prendere un’arma (che secondo il DHS era in possesso di Pretti) e allontanarsi velocemente dalla scena. La Cnn fa notare che, secondo la sua analisi dei video, quell’arma sembra essere stata tolta a Pretti da un agente federale pochi istanti prima che venisse ucciso dagli spari degli stessi agenti.
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