Il summit tripartito Ucraina-Russia-Stati Uniti che si sta tenendo ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, è di importanza capitale perché è la prima volta che un negoziato sul conflitto si tiene in tale formato, con Washington decisa a chiudere la partita. Illusorio aspettarsi che ne esca un accordo, ma è altrettanto poco ragionevole non attribuirgli l’importanza del caso.
Trump sta spingendo per un’intesa, e su questo dossier i neocon appaiono più flessibili rispetto ad altre tematiche di politica estera, in particolare sul Medio oriente, sul quale non lasciano all’imperatore nessuna libertà di manovra (il dossier Epstein, leva scelta per ricattarlo, per ora sparito dai radar, può riapparire d’incanto).
Deve chiudere la guerra ucraina prima delle elezioni di Midterm, che si annunciano disastrose per il partito repubblicano. Un esito che, a parte il vulnus al suo prestigio personale, renderà a Trump più difficile chiuderla successivamente, che poi è il motivo per cui il partito della guerra globale sta facendo di tutto per dilazionare i tempi.
Lo stralunato show di Davos, nel quale l’imperatore ha bullizzato mezzo mondo, peraltro quello che in teoria va sotto la dizione “alleati”, ha avuto l’esito di impedire che l’Europa lo pressasse nuovamente sull’Ucraina.
Battendo il martello sull’incudine Groenlandia, sulla quale voleva l’accordo che sembra ormai fatto e che poteva raggiungere benissimo prima e senza tanti clamori, ha mandato in confusione i “volenterosi” Paesi europei, impedendogli di serrare le fila sull’Ucraina.
Tanto che, almeno al momento, sono stati tagliati fuori dalle trattative, cosa mai accaduta in precedenza. Un esito che li ha sprofondati nella frustrazione più profonda. Non si rassegnano, tanto che sono ricorsi alle usuali provocazioni contro la Russia, al modo di altre che hanno scandito i momenti in cui si erano aperte finestre di opportunità per i negoziati.
Così la Francia ha sequestrato una petroliera russa soggetta a sanzioni. Un’iniziativa, appunto, altamente provocatoria. E perché fosse chiara la provocazione, il mutevole Emmanuel Macron – che in precedenza aveva aperto al dialogo con Mosca – ha dato personalmente l’annuncio di questo atto di guerra (pirateria, secondo le leggi del mare).
E lo ha dato, come sottolinea Strana, durante l’isterico discorso di Zelensky a Davos (nel quale ha attaccato un po’ tutti), per dimostrare la partecipazione della sua nazione alla crociata del presidente ucraino, che in realtà appare sempre più disperato (la guerra va sempre peggio e, mentre all’estero è sempre più incalzato dall’imperatore, in patria deve guardarsi le spalle da vecchi e nuovi concorrenti politici).

Per non lasciare sola la Francia, la Gran Bretagna, che guida dall’ombra la crociata dei volenterosi perché la guerra prosegua, ha comunicato ufficialmente di aver partecipato al sequestro della petroliera, fornendo alla marina transalpina supporto di intelligence.
Si tratta di un’iniziativa ad altro rischio: non tanto in sé, quanto in prospettiva, dal momento che segnala che la flotta “ombra” russa, che trasporta il petrolio di Mosca in giro per il mondo, è entrata nel mirino delle marine dei Paesi europei.
Per ora la Russia ha evitato di drammatizzare l’evento, limitandosi al dovuto (proteste formali, denunce riguardo la violazione delle norme del mare, null’altro). Ma se la cosa procede, la possibilità di una ritorsione sui mercantili europei c’è, eccome. Il rischio è facilmente immaginabile.
La Gran Bretagna non si è limitata a questo, ma ha sfidato apertamente l’Imperatore, ovviamente, e come al solito, senza scoprirsi. Lo ha fatto tramite l’ex governatore della Banca d’inghilterra e attuale premier canadese Mark Carney, che a Davos ha lanciato un vero e proprio guanto di sfida a Trump.
Il discorso di Carney, infatti, che abbiamo pubblicato quasi integralmente, aveva molti cenni davvero interessanti, ma era sotteso dalla stessa tragica ipocrisia del vecchio mondo basato sulle regole, che egli ha definito utile finzione e dichiarato finito (sull’ipocrisia del suo discorso rimandiamo all’articolo di al Mayadeen firmato dalla scrittrice Marion Kawas, membro della Canada Palestine Association ed ex co-conduttore di Voice of Palestine canadese).
Le azioni di disturbo franco-britanniche nei confronti di Mosca saranno certamente state certamente oggetto di conversazione al summit di Abu Dhabi, che l’improvvido sequestro mirava a far saltare, ma come rumore di fondo, un problema risaputo che deve essere risolto in parallelo alla querelle ucraina.
Quanto ai negoziati veri e propri, poco si sa e anche quel poco va preso col beneficio del dubbio. Di fatto, si deve risolvere l’unico problema ancora irrisolto, come ha dichiarato Witkoff nel corso delle recenti trattative che ha intrecciato tra Davos e Mosca, cioè la questione dei territori del Donbass.
Ma, giustamente, si è tenuta bassa l’asticella delle aspettative sul summit emiratino. Si tratta di evitare che successivamente si dichiari fallito il tentativo, esito che chiuderebbe la finestra di opportunità oggi aperta e costringerebbe Trump, che non sa gestire i fallimenti, a rinnovare l’impegno Usa nei confronti di Kiev.
Sviluppi da seguire.


