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La recente e decisa virata del Giappone verso il Sud Est Asiatico racchiude molto più di un semplice tentativo di offrire nuovi, interessanti, sbocchi commerciali ai suoi colossi economici. Sul tavolo c’è ben altro: la volontà di espandere le relazioni in materia di sicurezza nell’area indo-pacifica per ridimensionare l’influenza della Cina.

Le ultime dichiarazioni della premier nipponica Takaichi Sanae non hanno affatto nascosto questa esigenza. La signora ha infatti dichiarato che un ipotetico attacco di Pechino a Taiwan potrebbe innescare una risposta militare giapponese. Takaichi ha quindi aggiunto un altro particolare forse ignorato dai più: un eventuale attacco alle navi da guerra statunitensi, presumibilmente inviate da Washington per rompere il blocco cinese sull’isola, potrebbe costringere il Giappone a intervenire militarmente, sia per difendere se stessa sia per sostenere il proprio alleato.

Basta unire i puntini – dossier economici, necessità militari e geopolitiche – e si capisce perché il Giappone stia lavorando per mettere stabili radici nei dintorni del conteso Mar Cinese Meridionale. Per comprendere come si sta muovendo Tokyo in loco, basta dare un’occhiata a quanto accaduto pochi giorni fa con le Filippine. Le parti hanno infatti firmato un nuovo patto di difesa per consentire un agevole trasferimento di materiali tra le rispettive forze armate.

Il patto con le Filippine: un segnale alla Cina

Giappone e Filippine, dicevamo, hanno firmato un patto di difesa che consentirà la fornitura esentasse di munizioni, carburante, cibo e altri beni di prima necessità ogni volta che le forze armate dei due Paesi organizzeranno addestramenti congiunti, per rafforzare la deterrenza contro la crescente aggressione cinese nella regione e in preparazione alle catastrofi naturali.

Non solo: all’interno dell’Accordo di Acquisizione e Interscambio di Servizi firmato a Manila dal ministro degli Esteri nipponico, Toshimitsu Motegi, e dalla Segretaria degli Esteri filippina, Theresa Lazaro, c’è dell’altro. Cosa? Nuovi aiuti per la sicurezza e lo sviluppo economico, compresi finanziamenti per la costruzione di rifugi di sicurezza per imbarcazioni e l’espansione dell’accesso a Internet nelle province più povere.

“Entrambi abbiamo riconosciuto l’importanza di promuovere lo stato di diritto, compresa la libertà di navigazione e di sorvolo, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale”, ha affermato Lazaro. È qui che il riferimento va alla Cina. Motegi ha non a caso aggiunto che i due Paesi “hanno concordato nel continuare a opporsi ai tentativi unilaterali di cambiare lo status quo con la forza o la coercizione nel Mar Cinese Orientale e Meridionale”.

La strategia del Giappone

Ricordiamo che nel 2024 Giappone e Filippine avevano firmato l’Accordo di Accesso Reciproco, un’intensa valida ancora oggi che consente il dispiegamento delle forze militari di entrambi i Paesi nel territorio dell’altro per esercitazioni di combattimento congiunte (e su più ampia scala), anche a fuoco vivo. Tokyo ha inoltre più volte donato navi e altre attrezzature alla Guardia Costiera e alla Marina Militare di Manila. Adesso starebbe persino valutando la possibilità di vendere al partner navi da guerra di seconda mano e missili di difesa aerea.

In termini più generali, il Giappone ha raddoppiato il numero di Paesi della regione indo-pacifica che possono ricevere assistenza ufficiale alla sicurezza nell’ambito del programma Official Security Assistance (Osa), portandoli a otto, così da rafforzare i legami con le nazioni direttamente collegate alla sua sicurezza marittima.

Nella lista troviamo Filippine, Indonesia, Malesia, ma anche Sri Lanka, Thailandia, Tonga, Timor Est e Papua Nuova Guinea. L’Osa fornisce assistenza gratuita, come droni per la sorveglianza marittima e il trasporto di rifornimenti dopo calamità naturali, navi di pattugliamento e soccorso e attrezzature per la rimozione dei detriti dopo i disastri.

Il bilancio per l’anno fiscale 2025 ammontava a circa 54,8 milioni di dollari, in aumento rispetto ai circa 32 milioni dell’anno precedente. Per il 2026 sono stati messi a regime 116 milioni, segnando un incremento del 112% su base annua.

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