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Roma scopre il Nord, ma il Nord non è più quello di una volta. La strategia artica presentata dal governo non è un semplice capitolo di politica commerciale: è una dichiarazione d’intenti su un’area che, nel giro di pochi anni, è passata da periferia geografica a snodo degli equilibri globali. Il linguaggio è quello rassicurante della pace, della cooperazione e della prosperità. Ma la scelta stessa di mettere l’Artico tra le priorità europee e dell’Alleanza Atlantica dice che la stagione dell’innocenza è finita: se l’Artico diventa priorità, vuol dire che qualcuno lo considera già un terreno di competizione.

Qui la politica italiana prova a fare una mossa doppia: restare nel registro della collaborazione internazionale e, nello stesso tempo, aprire spazi concreti per le imprese. Non è contraddizione, è realismo. Perché oggi la cooperazione è anche una forma di posizionamento: chi siede al tavolo della ricerca, degli standard, delle infrastrutture e della sicurezza, decide i margini del gioco economico.

La geoeconomia dietro la parola “affari”

L’annuncio di una missione imprenditoriale e di un possibile gruppo orientato all’esportazione in settori come difesa, energia e spazio va letto per quello che è: un tentativo di inserire l’Italia nelle catene del valore che contano davvero. L’Artico è un archivio di risorse e, soprattutto, un corridoio potenziale di rotte e collegamenti. Con il ritiro dei ghiacci aumentano le finestre operative, e con esse cresce l’interesse per porti, cantieri, logistica, assicurazioni, comunicazioni, satelliti, osservazione e soccorso.

Il punto, però, è che la ricchezza artica non è mai “neutra”. Le materie prime sono potere: chi controlla l’estrazione, la trasformazione e il trasporto controlla anche il prezzo politico della transizione energetica e tecnologica. L’Italia, Paese industriale e dipendente dall’estero, ha un motivo serio per cercare un ruolo: ridurre vulnerabilità, non inseguire un miraggio. Ecco perché il viaggio annunciato a Washington per discutere di materie prime è più importante di quanto sembri: significa che la partita non è solo europea, ma transatlantica, e che le filiere critiche sono diventate un capitolo di diplomazia quotidiana.

La dimensione militare

La critica di Crosetto alla frammentazione dei piccoli schieramenti nazionali in Groenlandia coglie un problema vero. Mettere pezzi sparsi non crea deterrenza, crea confusione. L’Artico richiede continuità, interoperabilità, catena di comando, capacità di sorveglianza e protezione delle infrastrutture. In altre parole: meno gesti simbolici e più architettura operativa.

Ma invocare l’Alleanza Atlantica oggi significa anche misurarsi con la fragilità del vincolo. Se l’Alleanza è il contenitore, la domanda è: quanto è solido il coperchio? L’Artico, con i suoi spazi immensi e le sue infrastrutture esposte, non perdona l’improvvisazione. La sicurezza non è solo presenza militare: è protezione di cavi, dati, rotte, stazioni di ricerca, capacità di risposta alle emergenze. È anche un test di maturità per l’Europa, che spesso parla di autonomia ma poi, quando serve, torna a dipendere dal pilastro americano.

Groenlandia e dazi

La strategia italiana nasce mentre Washington, con Trump, agita la Groenlandia come obiettivo di espansione d’influenza. È un passaggio che altera tutto: perché sposta l’attenzione dal confronto con attori esterni alla frizione dentro il campo occidentale. E quando la pressione politica si accompagna alla minaccia di dazi verso Paesi europei coinvolti in Groenlandia, la questione diventa immediatamente geoeconomica: il commercio come arma, il mercato come leva, l’alleanza come negoziato.

Meloni definisce i dazi un errore e prova a ricucire. È una linea comprensibile: l’Italia non ha interesse a una frattura transatlantica, soprattutto mentre chiede unità sul fronte artico. Ma qui si vede il limite strutturale: l’Artico richiede coesione, e la coesione oggi è il bene più raro. Se in alcune capitali europee si ragiona davvero su una separazione di lungo periodo da Washington, significa che non siamo più nel terreno delle schermaglie, ma in quello delle scelte strategiche.

Il banco di prova italiano

Il forum di Roma annunciato per marzo è una buona idea se serve a costruire una comunità nazionale di interessi: imprese, ricerca, istituzioni, difesa. Ma una strategia non vive di eventi. Vive di soldi, priorità e capacità di stare in un teatro complesso senza confondere ambizione e propaganda.

L’Italia può giocare una carta sensata: competenze industriali e tecnologiche, cantieristica, sistemi di osservazione, gestione delle emergenze, energia e ricerca. Però deve evitare l’equivoco di fondo: l’Artico non è un nuovo mercato da conquistare con una vetrina, è un terreno dove si misurano potenza e vulnerabilità. E dove “rilanciare gli affari” significa prima di tutto difenderli: con filiere più robuste, con alleanze meno isteriche, con una postura europea che non si limiti a seguire le onde, ma provi finalmente a governarle.

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