Gli Stati Uniti continuano a perseguire una strategia espansiva verso la strategica regione dell’Asia Centrale e l’ultima mossa è rappresentata dal viaggio dell’inviato del presidente Donald Trump nel più inaccessibile degli “Stan” postsovietici, il Turkmenistan.
Il 22 gennaio Sergio Gor, inviato speciale degli Stati Uniti per l’Asia meridionale e centrale, è arrivato nella capitale Ashgabat per discutere di possibili accordi energetici e infrastrutturali. 39 anni, una fulminante carriera nel business alle spalle, Gor cumula da poco più di una settimana anche la carica di ambasciatore in India per cui è stato confermato dal Senato a ottobre.
Come ha riportato Ken Moriyasu, corrispondente da Washington per il Nikkei, un asse Usa-Turkmenistan rafforzerebbe il pivot centroasiatico degli Usa. E sarebbe una spina nel fianco per la Russia e, soprattutto, la Cina, che ha in Ashgabat un primario fornitore di energia, soprattutto gas naturale, e un cliente per importanti investimenti infrastrutturali.
“Il Turkmenistan possiede alcune delle più grandi riserve di gas naturale al mondo, sebbene i rigidi controlli interni del governo abbiano reso difficile l’attività delle multinazionali nel Paese”, scrive il Times of Central Asia, sottolineando che non è la prima missione di questo tipo negli ultimi mesi: “Gor e il vicesegretario di Stato americano Christopher Landau si sono recati in Kazakistan e Uzbekistan a ottobre, in vista di un vertice a Washington che il presidente Donald Trump avrebbe ospitato il mese successivo per i leader di quei due paesi, nonché di Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan”. A ottobre, lo ricordiamo, Astana scelse di entrare negli Accordi di Abramo con Israele, accentuando l’avvicinamento a Washington.
Ora Gor vi arriva con in tasca il biglietto da visita di ambasciatore in India, Paese su cui gli Usa puntano per incunearsi pesantemente nell’area. L’inviato di The Donald è una figura su cui vale la pena concentrarsi: conosce molto bene la regione in questione per il fatto di esserci nato. Il suo nome di battesimo è Sergey Gorokhovsky, è nato nel 1986 a Tashkent, oggi capitale dell’Uzbekistan e allora parte dell’Unione Sovietica, per poi crescere tra Malta e Los Angeles e studiare alla George Washington University nella capitale Usa. Un cosmopolita conservatore a lungo consulente del senatore del Kuntucky Rand Paul e poi, dal 2020, consulente di Donald Trump Jr. e membro dei comitati elettorali del padre.
Con la vittoria di Trump, Gor ha cumulato incarichi. Direttore dell’Ufficio del Personale Presidenziale della Casa Bianca, ha lavorato a stretto contatto con la capa di gabinetto Susie Wiles. Gor ha svolto un ruolo nell’ombra come vicecapo del personale della Casa Bianca all’inizio dell’era Trump 2.0 contribuendo a alzare la pressione su Elon Musk quando l’uomo più ricco del mondo ha provato a influenzare Trump per nominare l’imprenditore Jared Isaacman alla guida della Nasa.
Ora, Gor è anticipatore di una strategia di rinnovato protagonismo nel cortile di casa storico della Russia e in un’area critica per la Cina ove Washington vuole proiettare influenza e drenare risorse critiche per lo sviluppo economico e securitario dell’area. Il Turkmenistan si affaccia sul Mar Caspio e dall’altra parte del lago più grande del mondo si trova l’Azerbaijan con cui Trump ha stretto i legami dopo aver mediato l’accordo di pace con l’Armenia e l’inserimento infrastrutturale nel Caucaso. Nella terra del vecchio “Grande Gioco” gli Usa arrivano aprendo vie diplomatiche e politiche: il gioco dell’influenza regionale si espande. E bisognerà capire come reagiranno Russia e Cina al rinnovato protagonismo americano.

