Tra i vescovi statunitensi e l’amministrazione di Donald Trump le linee di faglia iniziano a crescere in numero e in ampiezza. E a otto mesi dall’elezione di Papa Leone XIV, primo pontefice statunitense della storia, questo segnala un sostanziale irrigidimento dell’approccio con cui la Chiesa Cattolica guarda al mondo conservatore. Le ultime settimane hanno segnato un climax ascendente.
La Chiesa e la presa di posizione sull’Ice
La Chiesa ha avuto parole dure per condannare l’appoggio incondizionato dato da Trump e dalla sua amministrazione alle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), sempre più forti e violente sia sul fronte delle retate contro i presunti migranti irregolari sia sul versante della sostanziale trasformazione in polizia parallela e spesso senza regole.
I dati sugli arresti dell’Ice segnalati da Border Report indicano almeno 220mila persone fermate da gennaio a settembre, molte delle quali latinoamericane di religione cattolica. Questo ha prodotto una dura risposta ecclesiale. La United States Conference of Catholic Bishops (Usccb) ha ufficialmente preso posizione a novembre, quando i vescovi hanno dichiarato la loro opposizione alle politiche migratorie restrittive e spesso muscolari del governo americano.
Molte manovre hanno inoltre inquietato la Chiesa cattolica “Nel novembre 2025, l’arcivescovo di Denver Samuel Aquila e il vescovo ausiliare Jorge Rodriguez hanno guidato la Via Crucis presso un centro di detenzione dell’ICE ad Aurora , mentre prelati come il vescovo di Lincoln James Conley hanno esortato il governo a consentire l’accesso pastorale agli immigrati detenuti”, nota Catholic World Report, che aggiunge che diverse istituzioni ecclesiali “hanno concesso dispense dalla messa per coloro che temono di essere arrestati e deportati, tra cui l’arcidiocesi di New Orleans e la diocesi di San Bernardino“.
Lo schiaffo dei cardinali Usa sulla politica estera
E non finisce qui. Il 19 gennaio tre arcivescovi cattolici hanno preso posizione contro le scelte di politica estera di Trump e l’uso della forza unilaterale andato in scena a inizio anno in Venezuela e minacciato perfino contro la Danimarca sul dossier Groenlandia. E il dato non secondario è che questi tre arcivescovi sono anche porporati. “Cerchiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la promozione della dignità umana in tutto il mondo, soprattutto attraverso l’assistenza economica”, hanno scritto nella dichiarazione congiunta i cardinali Blase Cupich di Chicago, Robert McElroy di Washington e Joseph Tobin di Newark, New Jersey.
I cardinali hanno nettamente rifiutato la tesi dell’eccezionalismo americano e ribadito che “l’azione militare deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come un normale strumento di politica nazionale”. Il riferimento, voluto, è al discorso del 9 gennaio di Papa Leone XIV al corpo diplomatico, in cui Robert Francis Prevost ha ammonito: “A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”.
Una linea netta e che è rivolta soprattutto ai cattolici dell’amministrazione, come il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, da sempre molto zelanti nel ricordare la loro adesione alla Chiesa petrina ma al contempo sostenitori di queste manovre che a detta di molti alti esponenti del clero Usa cozzano con l’insegnamento evangelico. Christopher Hale, titolare della newsletter Letters from Leo, ritiene che Leone XIV “ha costantemente incoraggiato la Chiesa statunitense a denunciare quelli che considera i fallimenti morali del trumpismo”, senza prendere mai posizioni troppo esplicite, tranne in rari casi, ma creando il clima perché le sortite dei vescovi si facessero sempre più coraggiose.
La critica al “sionismo cristiano”
Trump ha di recente invitato la Santa Sede a unirsi al Board of Peace per Gaza in un gesto ritenuto di apertura dopo la lettera dei tre cardinali, ma al contempo deve gestire una potenziale frattura tra il mondo cattolico di vertice e la base Maga del suo consenso. Si può inserire nel filone delle pressioni ecclesiali anche la firma data dal Patriarca di Gerusalemme dei Latini Pierbattista Pizzaballa alla dichiarazione congiunta degli esponenti di vertice delle confessioni cristiane in Terrasanta condannante il “sionismo cristiano” degli evangelici radicali che uniscono un’autodichiarata identità cristiana alla necessità di dover difendere strenuamente le ragioni di Israele.
L’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee, ha risposto duramente rivendicando che “i cristiani sono seguaci di Cristo e un sionista accetta semplicemente che il popolo ebraico abbia il diritto di vivere nella sua antica, indigena e biblica patria. Mi riesce difficile capire perché chiunque assuma l’appellativo di cristiano non sia anche un sionista“.
La faglia e i suoi sviluppi
In prospettiva, queste faglie sempre più ampie possono creare problemi a Trump e alle roccaforti di consenso tradizionaliste, conservatrici e identitarie. La Chiesa americana rifiuta la narrazione delle guerre culturali e non intende farsi strumentalizzare dall’amministrazione, in cui prevalgono esponenti pro-life o contrari a pratiche come l’aborto, unicamente per posizioni di principio che non esauriscono la complessità della Chiesa.
Sui grandi temi i prelati e i porporati americani tengono la linea, anche a costo di alzare la voce. Non potrebbero farlo senza un riferimento umano e morale capace di guardare loro le spalle. E quel riferimento oggi è nientemeno che il primo Papa americano della storia. La cui parola è spesso messa a disposizione di chi immagina un’America diversa da quella trumpista.
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