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In un documento pubblico reso noto il 17 gennaio 2026, i Patriarchi e Capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme (cattolici, ortodossi, armeni e altre confessioni storiche) hanno pubblicato una dura presa di posizione contro il “sionismo cristiano”, definendo questa corrente un’ideologia dannosa che minaccia l’unità delle comunità cristiane nella Terra Santa.

Nel testo congiunto i leader ecclesiastici affermano che la cura pastorale e la rappresentanza dei cristiani nella regione appartengono esclusivamente alle Chiese apostoliche storiche, e che le attività promosse da individui e gruppi identificati con il sionismo cristiano “fuorviano l’opinione pubblica, seminano confusione e danneggiano l’unità del nostro gregge”. La dichiarazione esprime anche preoccupazione per il fatto che tali attori siano stati ricevuti a livelli ufficiali in Israele e oltre, con possibili interferenze nella vita interna delle comunità ecclesiali.

Che cos’è il sionismo cristiano

Il sionismo cristiano è un movimento teologico-politico che interpreta l’avvento dello Stato di Israele nel 1948 e il ritorno degli ebrei nella Terra Santa come adempimento di profezie bibliche, spesso legate alle dottrine del cosiddetto dispensazionalismo, cioè la dottrina teologica nata nel XIX secolo all’interno del mondo protestante anglosassone senza la quale il sionismo cristiano non regge teologicamente. Secondo questa scuola di pensiero, sostenere politicamente Israele diventa parte di un mandato religioso per i cristiani, promosso come condizione per il compimento delle promesse divine e la Seconda Venuta di Cristo.

Non si tratta di una semplice simpatia per il diritto di esistenza di Israele, ma di un’interpretazione teologica, molto diffusa negli ambienti evangelici americani, che collega in modo diretto e normativo il destino politico di uno Stato moderno con la fede cristiana.

Il dibattito

Chi segue attentamente il dibattito politico statunitense sa che la discussione sul ruolo politico e teologico del sionismo cristiano è infuocata. In particolare è rivelativo un episodio che ha coinvolto il popolare commentatore conservatore Tucker Carlson e il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz. Si tratta di un’intervista trasmessa nel giugno dello scorso anno in cui Carlson ha messo apertamente in discussione l’interpretazione biblica alla base del sostegno incondizionato all’attuale Stato di Israele. Nel corso di un lungo dialogo su molti argomenti, Carlson ha interrogato Cruz sul perché un versetto biblico come “Chi benedice Israele sarà benedetto…” debba tradursi in obbligo politico di sostenere l’attuale governo israeliano. Quando Cruz, colto probabilmente alla sprovvista, non è riuscito a citare esattamente la fonte biblica precisa (Genesi 12:3) per la sua interpretazione, Carlson lo ha incalzato chiedendo se fosse corretto equiparare la definizione biblica di “Israele” con lo Stato moderno guidato da un governo specifico, mettendo in luce la debolezza esegetica di quella posizione, nonché l’impreparazione del senatore.

Ovviamente il dibattito ha fatto il giro del Web suscitando l’entusiasmo dei critici di Israele e l’indignazione dei sionisti. Tra questi ultimi Mike Huckabee, il cui operato da ambasciatore degli Stati Uniti a Gerusalemme è stato definito da Carlson né più né meno che come l’effetto di un incantesimo: “Io lo guardo e vedo un uomo sotto incantesimo, e so che verrò preso in giro per questo, ma la vedo così”.

In altre uscite pubbliche, Carlson ha rincarato la dose definendo i sostenitori del sionismo cristiano come affetti da un “brain virus” e classificando questa visione come una eresia cristiana. Dal che consegue la necessità improrogabile di rivedere il ruolo di Israele nella politica estera americana.

Un salto di qualità

Tornando alla dichiarazione dei Patriarchi di Gerusalemme, bisogna dire che segna senz’altro un salto di qualità e un momento significativo in un dibattito a cavallo tra teologia, politica e identità cristiana. Da una parte, essa riafferma il ruolo storico e pastorale delle Chiese apostoliche nella Terra Santa; dall’altra, si inserisce in un confronto più vasto su come interpretare il rapporto tra fede e attivismo politico nel XXI secolo. Il clamore mediatico legato a figure come Tucker Carlson e il confronto con esponenti politici statunitensi come Ted Cruz dimostrano che queste tematiche non sono più confinate a circoli ecclesiali ristretti, ma sono diventate parte di un dibattito pubblico globale che coinvolge credenti, politici e media.

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