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Difesa

Ecco perché la Cina vuole costruire una portaerei spaziale

Nantianmen, il progetto cinese avviato nel 2017 da AVIC, mira a creare entro il 2040 una “portaerei spaziale” orbitale.

Il programma militare cinese include ufficialmente un progetto ambizioso, senza precedenti in ambito aerospaziale. È recente la rivelazione di una grande piattaforma aerospaziale che possa fungere da base mobile per diversi assetti tattici. In una dimensione extra-atmosferica sempre più militarizzata, con nazioni e programmi che mirano a controllare lo spazio vicino alla Terra attraverso piattaforme orbitanti e sistemi aria-spazio integrati, l’orbita si trasforma sempre più in dominio strategico, soprattutto per USA e Cina.

Cosa sappiamo della Porta del Cielo Meridionale

In un articolo del New York Daily Tribune apparso nel lontano 5 dicembre 1857, dedicato alla rivolta indiana che portò alla cattura di Delhi, Marx ed Engels osservarono che senza scienza “un esercito moderno è oggi impotente”. Certo non potevano concepire un programma aerospaziale per la creazione di una sorta di portaerei nella regione orbitale, come quello annunciato recentemente da media del Partito Comunista Cinese.

Nel 1931 lo scrittore Clark Ashton Smith, all’interno del racconto The City of the Singing Flame, immaginò armi a energia diretta di origine extra-atmosferica; Robert Heinlein, nel noto romanzo Starship Troopers del 1959, aveva rappresentato l’idea di una guerra condotta da remoto con l’impiego di navi corazzate e veicoli spaziali in orbita. 

A rivelare un progetto analogo non è questa volta uno scrittore di fantascienza americano, ma l’analista militare cinese Wang Mingzhi, del College di Comando dell’Aeronautica del PLA, la massima istituzione accademica dell’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese (PLAAF), rilasciando un’intervista al canale militare della China Central Television CCTV.

Si chiama Nantianmen (南天门), letteralmente “Porta del Cielo Meridionale”: un nome che rievoca il confine simbolico tra il mondo umano e quello celeste, e al contempo l’accesso tecnologico allo spazio extra-atmosferico. Avviato ufficialmente nel 2017 da una controllata della Aviation Industry Corporation of China (AVIC) con l’obiettivo di esplorare idee futuristiche combinate di aeronautica e spazio, il progetto si configura come un sistema di difesa integrato globale, con grandi piattaforme portanti aerospaziali e asset tattici meccanizzati. 

Secondo quanto riferisce il South China Morning Post, si tratta di un progetto basato su “tecnologie di frontiera” che “riflettono sia le aspettative di una futura superiorità aerospaziale e spaziale, sia le direzioni che vengono perseguite per salvaguardare la sicurezza nazionale [cinese]”.

Wang ha affermato che il Nantianmen prevede l’integrazione di una vasta gamma di tecnologie avanzate, tra cui: il volo ipersonico, la propulsione a doppia modalità aria-spazio, la furtività basata su metamateriali, meccanismi per il rilascio assistito di veicoli dall’orbita bassa, armi a energia diretta per operazioni dallo spazio all’atmosfera.

Una notizia che ha suscitato reazione contrastanti nella comunità di analisti militari occidentali. Lo scorso settembre, su The National Interest, un commentatore statunitense presentava l’iniziativa di Pechino come “un’operazione psicologica cinese progettata per indurre gli USA a spendere troppo”. Più recentemente, lo stesso analista ha riconosciuto che, al netto della concreta realizzabilità del Nantianmen, “Pechino sta pensando alle domande giuste per il futuro della guerra nello spazio”.

Una “Star Wars” cinese?

Negli ultimi anni la centralità strategica dello spazio extra-atmosferico è stata sempre più riconosciuta come parte integrante della dottrina militare dell’Alleanza Atlantica. La NATO’s overarching Space Policy definisce lo spazio come “un dominio fisico unico che mette alla prova le percezioni tradizionali degli Alleati riguardo al tempo, alla distanza e alla geografia”. “Potenziali avversari” – proseguiva il documento NATO del giugno 2019 – stanno sviluppando, testando e operazionalizzando tecnologie spaziali contrarie sofisticate che potrebbero minacciare l’accesso degli Alleati e la loro libertà di operare nello spazio”.

Un progetto analogo al Nantianmen consentirebbe un’integrazione delle capacità operative, di attacco e difesa, sia in atmosfera che in orbita. Garantirebbe la possibilità di impiegare lo spazio come base per il lancio e recupero dei veicoli tramite una piattaforma orbitante o suborbitale, simile a una portaerei spaziale. Infine, rappresenterebbe un sistema d’arma senza precedenti per il controllo del cielo, la superiorità aerea e la capacità di strike globale rapida, così centrale nella dottrina militare USA fin dal 2011.

Il cuore del Nantianmen è rappresentato dalla componente del Luan Niao (羚鸟), o “cervo volante”, un vettore d’attacco orbitale di circa 120.000 tonnellate e che, secondo dati ufficiali e illustrazioni progettuali diffuse attraverso canali di stato cinesi, misurerebbe circa 242 metri di lunghezza, con un’apertura alare di circa 684 metri. 

Dal progetto Star Wars di Reagan al più recente Golden Dome di Trump – di cui abbiamo richiamato l’importanza su InsideOver – la corsa allo spazio non ha cessato di ispirare fantasia e impegno. Con la sua “Porta del Cielo Meridionale” Pechino entra nella “guerra stellare”, e inaugura forse la più temeraria sfida nella competizione spaziale tra superpotenze.

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