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Difesa

Caccia e aerocisterne, lo schieramento Usa attorno all’Iran si rafforza

Il build up militare degli Usa intorno all'Iran comincia a farsi imponente. Si prepara una missione massiccia per un cambio di regime?

Gli Stati Uniti stanno rafforzando il loro dispositivo militare in Medio Oriente una settimana dopo che il presidente Donald Trump è tornato indietro, apparentemente all’ultimo, dall’ipotesi di colpire l’Iran scosso dalle proteste nel momento in cui Washington ha valutato che questo non avrebbe contribuito alla caduta del regime iraniano. Dopo giorni di nuove tensioni a distanza tra Trump e la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, che accusa gli Usa e Israele di aver manipolato le proteste e di averle dirottate verso una crescente spirale di violenza, è però da registrare che gli Usa non hanno mollato la presa, anzi.

Si consolida lo schieramento americano

Mentre la portaerei Uss Abraham Lincoln naviga dall’Estremo Oriente verso il Golfo Persico ed è a meno di una settimana di navigazione dall’area di operazione del Comando Centrale (Centcom), e mentre anche Israele inizia a fare i conti con la prospettiva di un nuovo attacco all’Iran sei mesi dopo la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”, va sottolineato che il build-up di Washington è tutt’altro che banale.

Negli ultimi giorni sono stati segnalati voli di aerei da trasporto tattico C-17 Globemaster dal Regno Unito e dall’isola di Diego Garcia verso la Giordania, dove stazionano squadroni di caccia F-15 spostati proprio dalle isole britanniche.

Manovre, queste, che indicano un chiaro segnale: Washington sta alzando l’asticella della sua presenza militare nella regione. E proprio mentre l’Iran torna più calmo all’interno ma fa i conti con il pesante bilancio della repressione delle proteste, Trump ha evocato le dimissioni di Khamenei e un cambio di governo nella Repubblica Islamica.

F-15 per un’operazione pesante

Segno che non potrebbe esser scritta l’ultima parola su questo dossier. La presenza degli F-15, in tal senso, è indicativa per la loro capacità di portare carichi di bombe e missili significativi e di poter colpire in profondità. Israele, che riceverà almeno 25 F-15 di nuova generazione nei prossimi anni, li ha usati contro l’Iran a giugno in combinazione con gli F-35 stealth, con questi ultimi chiamati a sopprimere le difese aeree nemiche e a colpire la prima linea di obiettivi per poi aprire la strada agli altri velivoli.

La sensazione è che gli Stati Uniti ritengano decisamente compromesse le difese aeree iraniane dopo gli attacchi israeliani e non considerino possibili operazioni di interdizione della superiorità aerea da parte della Repubblica Islamica in caso di operazione mirante a colpire i siti militari dei Pasdaran o i gangli strategici dell’Iran. Defence Index spiega perché il maggior carico operativo degli F-15 è ritenuto l’opzione prevalente in caso di confronto con Teheran.

Inoltre, la Lincoln, in arrivo nella regione, imbarca F-18 Super Hornet e F-35 Lighting II che potrebbero nettamente sostenere la potenza di fuoco dei caccia stanziati in Giordania. Tutto punta nella direzione di una crescente presenza militare, che non è detto possa trasformarsi nella prospettiva immediata di un attacco all’Iran se il clima politico non si deteriorerà.

Le strade di un possibile attacco americano

Ad oggi, due opzioni (un colpo dalla Giordania e l’imminente schieramento della Lincoln) di attacco vengono aperte dagli Usa. Resta da capire se potenzialmente sarà gestibile anche la terza direttrice, che replicherebbe il colpo inflitto ai siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan il 22 giugno scorso con l’operazione Midnight Hammer: i bombardieri B-2 Spirit, in quel caso, decollarono direttamente dal suolo statunitense e furono riforniti in volo prima e dopo l’attacco. Per capire se in futuro gli Usa vorranno rendere operativa tale minaccia bisognerà valutare il movimento di aerocisterne e aerei da trasporto lungo l’intera possibile catena di basi che dal Missouri porterebbero i B-2 a colpire: le Azzorre nell’Oceano Atlantico, Guam nel Pacifico, Diego Garcia nell’Oceano Indiano. In quest’ultima isola, la più vicina all’Iran, ad oggi tutto sembra tranquillo.

Il dato sarà, chiaramente, politico e in secondo luogo militare. Vanno pesati molti fattori: che evoluzioni avranno i rapporti tra Iran e Paesi rivali? Usa e Israele continuano a far pressioni su Teheran, mentre il recente ritiro dell’invito al ministro degli Esteri Abbas Araghchi da parte del Forum di Davos mostra che una finestra diplomatica, che nel breve periodo ha forse evitato l’assalto Usa, si è chiusa e sarà difficile riaprirla.

Gli Usa sono pressati dagli alleati regionali, dalla Turchia all’Arabia Saudita, per evitare i raid ma nel frattempo Israele morde il freno. La principale cautela di Benjamin Netanyahu è legata alla preparazione di Tel Aviv a una risposta balistica iraniana e a ragioni di ordine politico interno: potrebbe Israele rischiare di essere colpita dai missili di Teheran nell’anno che porterà il Paese al voto?

I dubbi di Israele

Inoltre, la prospettiva di Tel Aviv è orientata a non voler rafforzare il regime di Teheran in alcun modo: “Gli attuali disordini sono considerati da molti analisti come senza precedenti per natura e portata”, nota il Times of Israel, aggiungendo che “a causa dello stato dell’economia iraniana e dell’incapacità del regime di rispondere alle richieste dei suoi cittadini nel breve e lungo termine, queste proteste appaiono particolarmente destabilizzanti per il regime, convincendo Israele che un intervento potrebbe essere superfluo” e che potrebbe non servire un’operazione volta a sostenere il rallying around the flag attorno al regime.

Si nota uno strabismo strategico tra Washington e Tel Aviv: la prima avrebbe potuto – o potrà – pensare di colpire se e solo se certa di poter dare una spallata decisiva al crollo di un regime duro a sfaldarsi, con la prospettiva di un netto ritorno alla normalità. La seconda sostiene – e in parte alimenta con operazioni coperte – la spinta dell’Iran verso un clima di sostanziale guerra civile. Ad oggi nessuno di questi scenari è plausibile nel breve periodo. Ma il rafforzamento americano attorno Teheran mostra che l’ultima parola, su questo dossier, deve ancora esser scritta.

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