Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran? L’opzione militare resta sul tavolo, ma negli ultimi giorni la tensione sembra essersi allentata, almeno temporaneamente. Secondo quanto riferito dall’ambasciatore iraniano in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, citato dal quotidiano pakistano Dawn, il presidente Donald Trump avrebbe fatto pervenire a Teheran un messaggio chiaro: gli Stati Uniti non intendono lanciare un attacco militare e invitano l’Iran a esercitare moderazione, astenendosi dal colpire interessi americani nella regione.
I tentennamenti di Trump
La Casa Bianca ha smentito l’esistenza di un contatto diretto di questo tipo, ma la dichiarazione dell’inviato iraniano ha contribuito a raffreddare le speculazioni su un’imminente escalation. Lo stesso Trump ha dichiarato di aver ricevuto informazioni secondo cui le uccisioni di manifestanti in Iran sarebbero cessate e non sarebbero previsti piani per esecuzioni capitali. Su Truth Social ha accolto con favore la notizia della sospensione di una condanna a morte nei confronti di un manifestante (il caso di Erfan Soltani, 26 anni, la cui esecuzione era stata paventata), in un post che segna un evidente ammorbidimento della retorica presidenziale. Solo pochi giorni prima, Trump aveva minacciato un’azione «molto dura» se Teheran avesse oltrepassato le «linee rosse» da lui stesso tracciate in relazione alla repressione delle proteste antigovernative.
A pesare sulla decisione sembra esserci anche la pressione diplomatica internazionale. Secondo il New York Times, il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe contattato Trump per chiedergli di astenersi da un attacco contro l’Iran. Analoghe richieste sarebbero arrivate da Qatar, Oman, Arabia Saudita ed Egitto, alleati di Washington, preoccupati per il rischio di una rappresaglia iraniana che potrebbe destabilizzare l’intera regione e innescare un conflitto più ampio. Secondo
“Sono estremamente scettico riguardo alla narrazione secondo cui Netanyahu avrebbe spinto Trump all’ultimo minuto a rinviare gli attacchi”. Secondo Trita Parsi, co-fondatore ed Executive Vice President del Quincy Institute for Responsible Statecraft, tuttavia, questa narrazione serve a mostrare un’unità d’intenti tra Stati Uniti e Israele che, nei fatti, non c’è. “Sembra che lo scopo sia quello di impedire che vengano alla luce gli interessi divergenti degli Stati Uniti e di Israele” commenta Parsi. Si può far credere che Trump e Netanyahu siano sulla stessa lunghezza d’onda. Non è così”.
I limiti del potere militare
Ma la vera domanda è: un’operazione militare Usa sarebbe davvero efficace o utile? A porre dei seri dubbi è l’autorevole rivista americana Foreign Affairs. Purtroppo, osserva la rivista, «uno dei pochi giudizi che si possono formulare con ragionevole certezza è questo: un intervento militare straniero ha poche probabilità di generare una democrazia stabile, di qualsiasi natura, e ancor meno una democrazia allineata agli interessi della potenza che interviene. Se – come dovrebbe essere – l’obiettivo degli Stati Uniti è accompagnare il popolo iraniano verso una transizione democratica, il successo dipenderà in larga misura da ciò che Washington sceglierà di non fare».
Gli Stati Uniti, nota Andrew P. Miller, «possono e devono offrire un contributo, ma la qualità e le modalità di questo contributo decideranno se la loro influenza risulterà alla fine benefica o dannosa per gli iraniani. Perché, in ultima analisi, sono le mani del popolo iraniano – e solo quelle – a dover tenere le redini del futuro dell’Iran».
Questa onesta analisi della rivista americana smentisce i facili entusiasmi dei nostri opinionisti e politici con l’elmetto che credono che tutto si possa risolvere con un intervento militare, senza considerare le conseguenze. Concetto che ha perfettamente illustrato nei giorni scorsi anche il direttore di InsideOver, Fulvio Scaglione.
Dubbi anche nello staff della Casa Bianca. Secondo gli stessi consiglieri del presidente Usa – secondo quanto riportato da Nbc News – non ci sarebbe alcuna certezza che un attacco statunitense porterà un cambio di regime in Iran. Secondo gli stessi consiglieri del presidente, gli Usa non dispongono, nella regione, di sufficienti risorse militari per fronteggiare efficacemente una controffensiva iraniana.
Questo non significa che un attacco statunitense sia definitivamente escluso? No, Anzi. La storia recente di Trump ci ha insegnato esattamente il contrario: le sue decisioni possono oscillare con rapidità impressionante, spesso seguendo una logica di dissimulazione strategica che alterna minacce esplicite a improvvisi ripensamenti (o viceversa).
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