C’è un motivo se Strategia del colpo di Stato di Edward Luttwak continua a essere citato più di mezzo secolo dopo la sua pubblicazione. Non perché insegni a rovesciare governi, ma perché spiega una verità scomoda: il potere non è un fatto morale né ideologico. È una struttura tecnica. Funziona finché i suoi ingranaggi restano sincronizzati. Crolla quando smettono di esserlo.
Luttwak scrive in piena Guerra Fredda, ma il suo sguardo è sorprendentemente attuale. Per lui un regime non cade quando perde consenso, bensì quando perde protezione. La popolazione conta poco, se non come sfondo. A decidere sono sempre pochi: chi controlla le armi, le comunicazioni, gli snodi logistici, e soprattutto chi garantisce la sicurezza fisica del vertice. Se quel cerchio si incrina, il sistema diventa vulnerabile, anche se all’esterno appare solido.
Venezuela, laboratorio permanente
Il Venezuela è diventato, suo malgrado, un caso di scuola. Nel 2002 il tentativo di rovesciare Hugo Chávez sembrò per qualche ora confermare la tesi di Luttwak. Arresto del presidente, annuncio di un nuovo potere, occupazione dei media. Ma il cuore del meccanismo non fu colpito in modo definitivo. Chávez non venne isolato irreversibilmente e, soprattutto, l’apparato militare rimase diviso. La fedeltà, anche parziale, fu sufficiente a far crollare il golpe in meno di due giorni. Non fu la piazza a salvare Chávez, ma l’esercito.
Nel 2019 accadde l’opposto. Juan Guaidó incarnò una sfida politica e diplomatica, non un colpo di Stato in senso luttwakiano. Nessun controllo dei nodi strategici, nessuna clandestinità, nessuna rottura della catena di comando. Fu una pressione esterna travestita da sollevazione interna. Il regime di Nicolás Maduro resistette perché il suo apparato di sicurezza, pur corroso, funzionava ancora.
Quando la protezione si dissolve
La svolta arriva tra fine 2025 e inizio 2026. Non tanto per l’intervento statunitense in sé, quanto per le condizioni che lo rendono possibile. Qui Luttwak torna centrale. Da anni insiste su un punto spesso ignorato: la lealtà non è ideologica, è materiale. Quando la crisi economica diventa strutturale, quando stipendi, privilegi e catene di comando si sfaldano, anche i regimi più repressivi diventano porosi.
Il sistema venezuelano era arrivato a quel punto. Le forze armate e di sicurezza, pilastro del potere chavista, erano stremate, impoverite, attraversate da micro-fratture. In termini luttwakiani, il “dispositivo di protezione del leader” non era più impermeabile. L’operazione statunitense non ha creato quella vulnerabilità: l’ha sfruttata. Non un colpo di Stato classico, dunque, ma la dimostrazione che un potere già indebolito dall’interno può essere rimosso rapidamente dall’esterno.
La lezione che inquieta
La vera lezione di Luttwak non riguarda il Venezuela in quanto tale, ma il funzionamento dei regimi contemporanei. Un potere può sopravvivere a sanzioni, isolamento, proteste e condanne morali. Ma difficilmente sopravvive alla perdita di fedeltà dei suoi apparati armati. Quando il cerchio si apre, la sovranità diventa un concetto fragile.
Per questo il caso Maduro inquieta molte capitali. Non perché rappresenti un precedente giuridico, ma perché conferma una realtà brutale: nel mondo reale, gli Stati non cadono quando vengono delegittimati, ma quando diventano tecnicamente indifendibili. Ed è in quel momento, come scriveva Luttwak già nel 1968, che la storia accelera. Non fa rumore. Semplicemente, cambia padrone.
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