La caduta di Nicolas Maduro in Venezuela ha provocato uno scossone geopolitico in America Latina e a diversi giorni dai fattiè un necessario ragionare di quanto accaduto, ponendo il focus su alcuni punti portatori di chiarezza all’interno di questo evento.
Il primo dato da ribadire con fermezza ha a che fare con ciò che l’azione del 3 gennaio ha rappresentato: l’ennesima violazione del diritto internazionale. In particolare, il famigerato Articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite: «Gli Stati Membri devono astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite»
.Come chi scrive ha però più volte affermato – ahimé, non in solitudine – il diritto internazionale è morto a Gaza e aspettarsi un comportamento differente da parte della superpotenza mondiale in quello che ritiene essere il suo giardino di casa era insensato. Specie in un tempo in cui vi sono sulle scene ministri degli Esteri che affermano, con totale candore, che il diritto internazionale è importante sì, «ma fino a un certo punto»
Qualsivoglia sia il sentimento umano e politico che si nutra nei confronti di Maduro, bombardare un Paese sovrano, ammazzarne i civili e i militari, prelevarne il presidente e la di lui sposa è, fuor di ogni dubbio, una violazione del diritto internazionale, che imporrebbe quantomeno una risposta sanzionatoria da parte dell’Onu e di altri Paesi in forma bilaterale.
Addio diritto internazionale
Dato che trattasi degli Usa, nulla di tutto questo accadrà, ça va sans dire. Anzi: il tema dell’attacco difensivo legittimo ha preso spazio fra le parole di altri presidenti di Stati vicini al tycoon, Meloni fra gli altri.
Abbiamo assodato, dunque, che il diritto internazionale è oramai un appiglio inutile: la mediazione non esiste più e come affermo da almeno due anni (e questa volta in compagnia solo di qualche anima) il mondo si sta ridisegnando secondo un piano non di multipolarismo, ma di multipolarità. Se il multipolarismo, rappresentato dal blocco dei BRICS, aveva rappresentato un’alternativa all’unipolarismo statunitense, proprio l’allargamento ultimo dei BRICS lo ha reso qualcos’altro da ciò che molti auspicavano. Resosi un competitor commerciale più attraente, il blocco ha rinunciato a una spinta di rinnovamento politico globale, in ossequio della diversità degli attori partecipanti, alcuni dei quali amici (o comunque non nemici) degli Usa e molto più desiderosi di lasciarsi aperte tutte le strade possibili.
Non ci sono più i tempi per una riproposizione della divisione del mondo in sfere d’influenza: c’è un attore che è ad oggi ancora più forte degli altri, perlomeno in campo politico e militare, che sta pensando di continuare ad esercitare pressione e controllo sia sui territori che gli servono per mantenere questa posizione di vantaggio, sia sui competitors, senza la necessità di intraprendere guerre dirette.
Il progetto multipolare in frantumi
Quindi, non solo il diritto internazionale è carta straccia, ma anche il sogno di un mondo multipolare non esiste più.
Come leggere allora la vicenda venezuelana, da un punto di vista della mera politica internazionale? Senza ripetere le trite e ritrite nozioni che ormai si conoscono a memoria, cercherò di aggiungere qualche elemento utile. Sappiamo che il Venezuela interessa agli Usa per i suoi giacimenti petroliferi, non ne hanno mai fatto mistero, tantomeno adesso che Trump si vanta di aver ristabilito una rinnovata dottrina Monroe, la “dottrina Donroe”, che prevede anche la possibilità di intervenire militarmente per portare avanti gli obiettivi nordamericani nel mondo. Di fatto dunque è lo stesso Trump a dirci che è un superamento della logica delle sfere di influenza: laddove gli Usa hanno interessi, lì possono intervenire. E gli altri? Rivali da tenere sotto stretta sorveglianza. Il multilateralismo? Roba da babbei. Non ci sono più maschere, né nascondimenti: interessi dichiarati più o meno esplicitamente e azioni conseguenti.
Trump ha già affermato che gli Stati Uniti guideranno la transizione del Paese, che al momento in Venezuela non esiste un leader in grado di sostituire Maduro (sconfessando apertamente un possibile aiuto per la presidenza a María Corina Machado), che il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato con la presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez, che si sarebbe resa disponibile di fare ciò che è necessario. Ma soprattutto, Donald Trump ha affermato che le imprese petrolifere statunitensi torneranno a lavorare in Venezuela.
Come nel più usurato dei copioni, gli Usa occupano un Paese (direttamente o indirettamente, attraverso golpe o influenzando i governi e le elezioni) per ottenere una pedina economica da sfruttare. È solo questo? Certo che no: c’è quello che prima ho indicato come il tenere a stretta sorveglianza i competitors.
Sfida Usa-Cina in America Latina
In America Latina il competitor per eccellenza è la Cina: la potenza asiatica ha qui stretto importanti relazioni economiche, portando nuovi investimenti in cambio di ingenti quantità di materie prime, senza la pretesa di ridefinire le caratteristiche dei governi. La sua presenza si è fatta sempre più massiccia nell’ultimo decennio, preoccupando gli Usa in particolare rispetto al litio. Ecco dunque che i presidenti filo statunitensi si sono immediatamente preoccupati di ridurre l’influenza economica cinese dal proprio Paese: si pensi a Milei e a Bukele, e probabilmente presto anche Kast si aggiungerà alla lista. È esattamente a questo punto che Trump ha rimesso in pista il vecchio adagio della guerra santa contro il comunismo – in Paesi per nulla comunisti – e della liberazione di popoli oppressi, in paesi percepiti come scomodi o “canaglia”. Il Venezuela è uno di questi ultimi.
Il vecchio adagio si arricchisce però di due elementi: il paese da “liberare” viene spesso accusato di avere forti legami coi cartelli del narcotraffico, mentre il paese “liberatore” ha un mandato religioso evangelico. Quest’ultimo è un dato che meriterebbe molto di più di una banale nota caricaturale, come spesso vedo fare: le chiese evangeliche sono state fornite di fondi economici enormi, grazie ai quali si sono fatte strada in America Latina, spesso a discapito di governi appena progressisti e aderendo anche presso le comunità di discendenti dei nativi. Paradossalmente, si assiste a una unione di intenti che vede da un lato la ricca classe bianca e dall’altro i più poveri delle società che si intende sottomettere. Se si guarda alla vita privata dei presidenti latinoamericani filostatunitensi, si noterà come siano tutti di religione cristiano evangelica (fatta eccezione per Javier Milei, convertitosi all’ebraismo).
Il “narcocomunismo” è la nuova etichetta che, lanciata da Trump, viene usata ormai dal mondo liberale tout-court, di destra e di sinistra, a designare governi (latinoamericani) che agirebbero grazie e per conto di pericolosissimi cartelli della droga. Maduro è stato accusato dal presidente nordamericano di essere addirittura a capo del terribile Cartel de los Soles, di trarne profitti, di aver fatto arrivare cocaina negli Usa.
La favola del narcoterrorismo
Quali sono le prove di queste accuse, tra l’altro usate appunto dal mondo liberale? Tutto nasce con la vicenda dei narcosobrinos, i due nipoti della moglie di Maduro, che nel 2015 furono coinvolti in un’operazione di traffico di cocaina che portò al loro arresto e condanna negli Stati Uniti. Da quel momento, sebbene Maduro non sia stato coinvolto nel processo, il legame del presidente col narcotraffico è stato ritenuto dagli Stati Uniti fatto certo: la Corte di New York ha emesso, nel 2020, un indictment col quale si accusa formalmente Nicolás Maduro di narco-terrorismo, cospirazione per traffico internazionale di cocaina e uso di armi in relazione a traffico di droga; nello stesso documento inoltre si attribuisce al presidente di correità col Cartel de Los Soles[4]. È doveroso precisare che si tratta di accuse che partono e si fermano sul suolo statunitense e che, fino ad oggi, non hanno trovato riscontro né eco negli organismi internazionali. Al contrario, all’interno del World Drug Report del 2025 (ovvero il rapporto annuale pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro Droga e Crimine (UNODC), che analizza i flussi mondiali di droga, produzione, coltivazione e rotte principali), il Venezuela non compare tra i principali Paesi produttori o di coltivazione di coca o altre droghe: solo una piccola frazione (circa il 5%) della produzione di cocaina colombiana transiterebbe dal territorio venezuelano verso Stati Uniti ed Europa. In questo senso, quindi, il Venezuela è tutt’altro che quel corridoio principale o grande rotta di traffico di cocaina verso gli Stati Uniti come Donald Trump vorrebbe far credere.
Ora, ribadiamo: qualsiasi sia il sentimento che ci lega a Nicolás Maduro, che si provi simpatia o antipatia, o persino indifferenza, capiamo abbastanza facilmente quanto quella del narcotrafficante sia una scusa per far fuori un attore ritenuto scomodo, come avvenuto in altri luoghi, sia durante il sistema bipolare che unipolare. Del resto, la vicenda della sua caduta presenta diversi punti oscuri che saranno approfonditi nella seconda parte di questa analisi.
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