Nelle dinamiche contemporanee delle relazioni internazionali, le potenze non avanzano più necessariamente con la forza delle armi, ma con la capacità di occupare gli spazi lasciati vuoti dagli altri. È esattamente ciò che la Russia sta facendo nell’oceano Indiano, mentre la Francia, pur essendo una potenza rivierasca grazie a La Réunion e Mayotte, appare prigioniera di un progressivo ripiegamento strategico. Non c’è uno scontro frontale, non c’è escalation militare: c’è una lenta, metodica sostituzione di influenza.
Lontano dai riflettori della guerra in Ucraina, Mosca conduce una competizione silenziosa, fondata su continuità e pragmatismo. Non cerca di sfidare apertamente Parigi, ma di rendere la sua presenza marginale. Ed è proprio questa strategia a basso rumore a rivelare, per contrasto, le fragilità francesi.
Madagascar come punto d’appoggio
Il caso del Madagascar è emblematico. La crisi politica apertasi nell’autunno scorso ha offerto a Mosca un’opportunità che non è stata lasciata cadere. In un Paese stremato da carenze strutturali di acqua ed elettricità, la Russia ha messo sul tavolo proposte concrete: energia, idrocarburi, investimenti. Non un modello politico, ma una promessa di stabilità minima. Poco importa la natura del regime, purché sia in grado di garantire continuità.
La visita a Mosca del nuovo presidente dell’Assemblea nazionale malgascia, nel novembre 2025, va letta in questa chiave. Non si è trattato di un gesto simbolico, ma di un vero segnale di allineamento: incontri istituzionali, contatti con il mondo economico, dialogo con il settore energetico. A colpire, però, è soprattutto il rafforzamento della cooperazione culturale e formativa. Aumentare le borse di studio, aprire centri culturali, formare élite locali: è una strategia di lungo periodo, più solida di qualsiasi contratto minerario.
Una costanza che viene da lontano
Il ritorno russo nell’area non nasce oggi. Già dal 2018 Mosca aveva tentato di inserirsi negli equilibri politici del Madagascar, anche attraverso canali informali e reti para-statali. Quei tentativi non avevano prodotto risultati duraturi, ma non sono mai stati davvero abbandonati. La cooperazione militare, retaggio della guerra fredda, è rimasta latente, pronta a riattivarsi quando il contesto lo avesse consentito. La Russia non ha improvvisato: ha atteso.
Questo approccio paziente contrasta con l’atteggiamento francese, spesso oscillante tra reazione tardiva e disimpegno. Parigi sembra bloccata da una narrazione postcoloniale che rende difficile parlare apertamente di interessi strategici, lasciando il campo a chi non ha lo stesso tipo di esitazioni.
Un disegno regionale coerente
Madagascar non è un episodio isolato. L’attivismo russo si inserisce in una traiettoria più ampia: presenza securitaria in Mozambico, reti sulla costa orientale africana, apertura di nuove rappresentanze diplomatiche nell’arcipelago delle Comore, a ridosso di Mayotte. L’oceano Indiano torna a essere uno spazio di competizione geopolitica, dove ogni punto d’appoggio conta.
Mosca non punta alla supremazia navale né al controllo diretto. La sua è una strategia di logoramento dell’influenza altrui, una “destabilizzazione morbida” che non espelle la Francia, ma ne svuota progressivamente il ruolo. Rendere l’altro irrilevante è spesso più efficace che affrontarlo.
Il problema francese non è Mosca
Il nodo centrale non è la forza russa, ma l’auto-indebolimento francese. Dove Mosca propone soluzioni immediate, Parigi insiste su processi e valori. Dove la Russia promette elettricità, la Francia discute di governance. In contesti segnati dall’urgenza sociale ed economica, la scelta delle élite locali è quasi obbligata.
L’assenza di una visione coerente per l’oceano Indiano ha conseguenze concrete: indebolimento delle posizioni francesi, maggiore vulnerabilità di territori come La Réunion e Mayotte, perdita di peso sulle rotte marittime strategiche. Non si tratta di nostalgia imperiale, ma di semplice aritmetica geopolitica.
La lezione della pazienza
La Russia avanza senza clamore, ma con continuità. Non provoca, non accelera, non arretra. In un sistema internazionale sempre più competitivo, sono spesso le strategie meno vistose a produrre gli effetti più duraturi. L’oceano Indiano è diventato uno specchio impietoso delle scelte francesi: non conta tanto chi entra, quanto chi decide di non esserci.
A Parigi resta una decisione da prendere: continuare a considerare quell’area come una periferia lontana, oppure riconoscerla per ciò che è diventata, uno snodo centrale della competizione globale, dove l’assenza si paga sempre, e senza sconti.
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