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Politica

Tra i curdi e al-Sharaa, il dilemma della Turchia sulla Siria

Lo scoppio degli scontri tra le milizie curde e le autorità del governo centrale siriano ad Aleppo ha, questa settimana, condizionato i colloqui mediati dal ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, regista del sostegno di Ankara a Damasco, tra il...

Lo scoppio degli scontri tra le milizie curde e le autorità del governo centrale siriano ad Aleppo ha, questa settimana, condizionato i colloqui mediati dal ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, regista del sostegno di Ankara a Damasco, tra il governo di Ahmad al-Sharaa e le Forze Democratiche Siriane (Sdf) a maggioranza curda dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Rojava), per dare attuazione all’integrazione di queste ultime nel nuovo esercito del Paese levantino. E pone il Paese guidato da Recep Tayyip Erdogan nella posizione più delicata dall’inizio dell’offensiva del gruppo militante Hay’at Tahrir al-Sham che nel novembre 2025 inaugurò, proprio con la caduta di Aleppo, i dieci giorni che hanno sconvolto la Siria travolgendo il regime di Bashar al-Assad.

Lo scenario tra Turchia, Siria e curdi del Rojava

La Turchia è stata la regista della scalata di Hts e dell’allora capo militante e jihadista Abu Mohammad al-Jolani al potere, la “madrina” delle nuove istituzioni damascene e del rebranding di un gruppo classificato in molti Paesi come terrorista in nuovo Stato e del suo emiro in presidente in giacca e cravatta, la patrona di un Paese la cui strutturazione consolida la sua zona d’influenza regionale.

Al contempo, la proiezione data dalla nuova Siria ha permesso ad Ankara di avanzare le sue pedine nel gioco di scacchi regionale con Israele in un periodo di grandi tensioni regionali. Ma ha creato un punto di caduta non indifferente: a Erdogan la Siria è utile se attore strategico il più unito e governabile possibile, con un potere centrale non sottoposto a pressioni esterne e privo di minacce strumentalizzabili da potenze terze. Il calcolo già di per sé spericolato di fare dell’ex Al-Qaeda al-Sharaa il regista di questa operazione ha ottenuto l’imprimatur dei Paesi del Golfo e degli Usa, e questo è un indubbio successo turco. Ma la questione curda resta attiva.


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Curdi turchi e curdi siriani

La Turchia ha incassato l’apertura del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e del suo leader incarcerato Abdullah Ocalan. Al contempo, però, per ottenere l’unità della Siria necessita di una pacificazione tra gli autonomisti curdi che egemonizzano le Sdf e Damasco. Questo crea una forte discrasia.

La Turchia ritiene un’organizzazione unica le Unità di Protezione Popolare (Ypg) curde che egemonizzano le Sdf e il Pkk, che peraltro ha molti punti di contatto con gli omologhi di oltre Eufrate, e dunque si trova al contempo di fronte all’accettazione della fine della lotta armata in patria e alla prospettiva che le truppe curde entrino in forze nel nuovo esercito della “sua” Siria.

Obiettivo, questo, che serve a Erdogan per fini interni ma che va di pari passo con la necessità di un accordo. I curdi, come i drusi, sono il punto dolente della nuova Siria e la Turchia teme che possano essere il cavallo di Troia con cui Israele potrebbe contrattaccare all’avanzata geopolitica turca nella regione.

La grande strategia turca tra ambizioni e realtà

La Turchia vuole una Siria stabile anche per ragioni geoeconomiche: Ankara, nota Manara Magazine, “si sta impegnando a rivitalizzare la rotta commerciale che aveva avuto un notevole successo prima della guerra civile siriana, che ha interrotto la connettività nord-sud e le attività commerciali tra la Turchia e la regione del Golfo. Migliaia di camion attraversavano il territorio dall’Asia Minore al Golfo Persico”, e in prospettiva la Turchia mira a creare un ponte terrestre che partirà dall’Iraq e arriverà al Mediterraneo e all’Anatolia intersecando anche il Kurdistan iracheno, dove il Paese ha maggiori entrature, e il triplice confine Iraq-Siria-Turchia su cui insiste il Rojava.

Piaccia o meno, dunque, un accordo tra al-Sharaa e i curdi è nell’interesse turco e Erdogan schiera Fidan, lo stratega del Paese euroasiatico, per ottenerlo. Per ora le posizioni sembrano distanti, e l’ostacolo da superare sarà decisivo. Foreign Affairs commenta che “la Turchia deve affrontare troppi problemi interni, tra cui un’economia in difficoltà e uno Stato svuotato, e troppa opposizione esterna, in particolare da parte di un Israele fiducioso e aggressivo, per costruire un ordine regionale alle condizioni di Ankara”.

La sfida per unire la Siria, di fronte a timori curdi, ambizioni israeliane e settarismi nel mondo vicino a al-Sharaa, sarà la cartina tornasole dell’effettiva prospettiva turca di modellarlo. E una delle partite da osservare con maggiore attenzione nel 2026.

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