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Trump apre alla marijuana per usi terapeutici e inaugura una nuova fase per sanità, ricerca e mercati

Il Presidente ha riclassificato la marijuana non considerandola più al pari delle droghe pesanti, permettendo l'uso nella pratica clinica.
Stati Uniti

“Perché la marijuana è illegale? Cresce naturalmente sul nostro pianeta. L’idea di rendere la natura illegale non vi sembra un po’… innaturale?”. Queste parole di Bill Hicks, celebre cabarettista americano, sembrano spiegare meglio di altre l’ultima decisione del presidente Donald Trump, il quale ha annunciato l’utilizzo legale della cannabis per finalità terapeutiche e di ricerca. 

L’ordine esecutivo firmato dall’inquilino della Casa Bianca non liberalizza tout court l’uso della marijuana a livello federale – a differenza di altri Stati della federazione in cui la coltivazione e il consumo sono autorizzati anche per scopi ricreativi  – ma non la rende più equiparabile a sostanze notoriamente deleterie come l’eroina e altre droghe pesanti. La canapa, dunque, esce dal cono d’ombra burocratico e ideologico che per anni l’aveva relegata alla marginalità (per certi versi anche all’illegalità) stagliandosi a orizzonti in cui si avvistano nuove opportunità non solo in ambito sanitario, ma anche in campo economico e finanziario.

Che cosa cambia tecnicamente e scientificamente

Il Controlled Substances Act è l’impalcatura normativa disciplinante l’uso delle sostanze chimiche  e offre una classificazione delle stesse sulla base della pericolosità e dei benefici terapeutici. Il sistema è strutturato in categorie, dette anche più semplicemente tabelle, in cui ogni composto trova una collocazione – a seconda dei rischi associati – indicativa di un approccio più restrittivo o tollerante nella pratica clinica. 

Grazie alla scelta del Governo, la marijuana migra dalla Tabella I, ovvero il raggruppamento più rigido in cui sono contenute le droghe più pesanti, alla Tabella III insieme a farmaci come steroidi anabolizzanti e testosterone, i quali da sempre sono impiegati nel mondo della ricerca scientifica. 

All’apparenza potrà sembrare una semplice formalità, ma per un ricercatore impegnato nello sviluppo di cure per patologie croniche o neurologiche si tratta di un cambio di passo epocale. Finora, gli studi clinici sono stati condotti entro un perimetro abbastanza stretto e in cui l’impiego della cannabis era piuttosto complesso con il rischio di perdere i fondi federali da parte di università e centri di ricerca, come spiegato dal dottor Kent Vrana, direttore del Penn State Center for Cannabis and Natural Product Pharmaceuticals della Pennsylvania.    

Con l’avvio del nuovo corso, le maglie di controllo si allargano e sarà possibile raccogliere in modo sistematico e documentato evidenze verificabili riguardo a benefici  e controindicazioni, senza basarsi più  su dati aneddotici riferiti dai pazienti agli esperti ed evitando che sulle sperimentazioni cliniche penda la spada di Damocle del dibattito polarizzante che, negli anni, ha generato più divisioni che altro.  

La canapa come strategia politica ed economica

I primi passi per una maggiore liberalizzazione della cannabis sono stati compiuti dall’amministrazione Biden che, già nel 2022, aveva espresso la volontà di sottoporla a un regime di maggiore tollerabilità. A seguito della sconfitta elettorale del 2024, è emerso un atteggiamento più attendista e prudente dovuto anche al passaggio di consegne alla Casa Bianca; ciononostante, Trump ha voluto cogliere la palla al balzo per portare l’opinione pubblica a confrontarsi su un terreno pragmatico e trasversale a entrambi gli schieramenti. 

Nell’annunciare il provvedimento, il Presidente ha fatto eco alle parole di veterani dell’esercito e di pazienti anziani affetti da patologie croniche rispetto ai quali ha avvertito un dovere morale nel rendere la marijuana più fruibile per le attività scientifiche.  

Ad aver festeggiato non è solo la comunità di medici e scienziati, ma sono stati anche i mercati finanziari e le aziende operanti nel settore della cannabis, allettati dall’idea di un regime fiscale meno asfissiante e di un accesso al credito più agevolato. Non solo, le case farmaceutiche potranno attingere a nuova linfa per lo sviluppo di prodotti a base di cannabinoidi (derivati dalla pianta di cannabis) seguendo un iter regolatorio non più irto di ostacoli, attirando in prospettiva investitori presumibilmente non più restii all’idea di erogare finanziamenti a chi lavora con droghe leggere.

La mossa di Trump segna un passaggio che sancisce il primato dell’efficacia sui principi etici e morali che, se applicati indiscriminatamente, rischiano di divaricare i rapporti tra politica e scienza in nome di antichi pregiudizi tutt’oggi difficili da sradicare.

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