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La NATO ha fissato, nel corso degli ultimi 11 anni, due obiettivi di spesa pubblica per la Difesa a carico dei singoli Stati membri. Nell’ormai lontano 2014, al vertice in Galles, l’Alleanza aveva stabilito un obiettivo del 2% del PIL per le spese destinate alla Difesa, mentre recentemente, all’Aia, ha deciso che ogni singolo membro dovesse raggiungere il 5% del PIL entro il 2035, con almeno il 3,5% da devolversi strettamente agli strumenti militari mentre il restante alle infrastrutture di uso duale (civile e militare).

Senza dubbio un aumento del cosiddetto “burden sharing”, la condivisione degli oneri (in questo caso di risorse investite), è un’ottima decisione in vista di una maggiore autonomia strategica europea, e del recupero dell’efficacia ed efficienza dello strumento Difesa in Europa dopo tre decenni di tagli al bilancio. Questo fattore, insieme alla falsa convinzione che un conflitto simmetrico convenzionale non fosse più possibile nella storia europea, e insieme alla “guerra al terrorismo” conseguente gli eventi dell’11 settembre 2001, ha provocato gravi carenze nell’intero ecosistema Difesa, con un’industria che fatica a produrre munizioni per riempire i magazzini e un procurement militare oberato dalla burocrazia.

L’invito all’aumento del bilancio destinato alla Difesa è arrivato, in entrambe le occasioni, dagli Stati Uniti che oggettivamente da soli sono i maggiori contributori dell’architettura difensiva della NATO, ma bisogna anche considerare che le nazioni europee, da sole, rappresentano il 18% delle spese militari globali, sebbene staccate di una lunghezza dagli USA, fermi al 36% (prima dell’ultima legge di bilancio). Guardando all’Unione Europea, nel 2024 sono stati stanziati 343 miliardi di euro con un aumento netto del 19% rispetto all’anno precedente. L’Agenzia Europea per la Difesa prevede che quest’anno si raggiungano i 381 miliardi, pari in media al 2,1% del PIL. Questi sforzi però, secondo gli Stati Uniti, non bastano per raggiungere la quota fissata dalla NATO: sarebbero necessari 630 miliardi di euro all’anno raccolti in tutta Europa.

Bisogna fare una precisazione prima di addentraci nella questione che vogliamo trattare in questo articolo: più soldi sono necessari, perché la Difesa dell’Europa è stata tenuta ai minimi termini per troppo tempo nonostante l’ambiente di sicurezza internazionale e in particolare europeo fosse da tempo deteriorato (almeno dal 2008). In quegli anni si è semplicemente deciso di evitare di affrontare la questione, pensando di risolvere le controversie internazionali esclusivamente con trattative di ordine economico/commerciale. Ma, come sempre accade, là dove non si vogliono/possono far passare “le merci”, passano i carri armati. Senza timore di passare per guerrafondai, i governi europei dovrebbero continuare nel destinare risorse per adeguare lo strumento militare alle minacce attuali, altrimenti semplicemente l’Europa sparirà dal palcoscenico internazionale, lasciando i singoli Stati a perseguire le proprie politiche in un mondo dove è ormai oltremodo chiaro che Russia e Stati Uniti ci vogliono divisi in modo da poterci controllare meglio, ed evitare di trovarsi davanti a una potenza economico/militare in grado di rivaleggiare con essi.

Allocare soldi a pioggia, e farlo con lo stesso livello per tutti, però, potrebbe facilmente essere la strada sbagliata per preservare l’unità e l’efficacia di un’alleanza che ha contribuito alla pace in Europa durante i decenni della Guerra Fredda. Abbiamo già espresso dubbi sul piano europeo di riarmo, affermando appunto che, sebbene fossero benvenuti maggiori fondi, essi andassero razionalizzati e non elargiti con facilità. Pena: vedere sistemi d’arma ridondanti, moltiplicazione di poli industriali e diffusione di identici comandi. La parola chiave di quel piano era la razionalizzazione del procurement militare, ma i recenti fatti riguardanti il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo SCAF, ci fanno capire che siamo ancora ben lontani da tale obiettivo. Del resto mancano gli strumenti attuativi europei per metterla in atto, perché al di là di un Commissario, manca un organismo che stabilisca “chi fa cosa” nell’enorme e complesso ecosistema della Difesa europea.

Tornando all’Alleanza Atlantica, attualmente unica struttura coordinata ed efficace di Difesa europea, occorre chiedersi se sia davvero corretto credere in una relazione lineare tra maggiori spese dei singoli Stati membri e aumento del livello di sicurezza della NATO. L’intensità degli sforzi di bilancio è l’unico parametro per valutare l’efficacia di uno strumento militare complesso come l’Alleanza? Crediamo di no. E non lo crede nemmeno la NATO perché al vertice di Newport nel 2024 ha stabilito un indicatore rappresentato dal devolvere almeno il 20% degli sforzi militari ai materiali.

Nonostante ciò, quale dovrebbe essere il vero indicatore? La capacità di reazione rappresentata dalla prontezza di dispiegamento davanti a una minaccia stabilita, che in ultima analisi è il fattore che determina la credibilità dello strumento militare unificato: le forze militari sono credibili se sono in grado di dissuadere un avversario dall’attaccare. Purtroppo questo parametro è qualitativo e non quantitativo, quindi difficilmente misurabile con l’indicatore preso in esame dai consessi NATO: il PIL.

Un esempio valga su tutti, anche se non riguarda l’Europa: nel recente conflitto tra Cambogia e Thailandia, la prima ha destinato alla difesa di 1,3 miliardi di dollari (circa 2,1% del PIL) nel 2024, mentre la seconda 5,73 miliardi di dollari nello stesso anno (1,3% del PIL), ma sul campo – e sulla carta – le forze armate meglio organizzate sono quelle thailandesi. Ancora una volta i numeri sono mendaci, se non si sanno leggere. Andando a un livello superiore di questo ragionamento, le spese di ciascun Stato membro dell’Alleanza riflettono la propria percezione della minaccia, stabilita dalla propria politica (che è lungi dall’essere condivisa con gli altri Stati europei), ed ecco perché la Grecia destina alla Difesa il 2,85% del proprio PIL: Atene teme Ankara, solo in seconda battuta la Russia.

Si capisce quindi che non ci sia nessun motivo per avere un approccio unico all’interno della NATO, bensì bisognerebbe optare per uno scalare. Significa che ciascun Paese dell’Alleanza dovrebbe partecipare al bilancio collettivo secondo la propria expertise maturata, secondo il proprio ruolo all’interno dell’Alleanza, perfino secondo fattori geografici (la Grecia ha necessità diverse rispetto al Lussemburgo o allo stesso Belgio). In buona sostanza, si dovrebbe rivedere il concetto di condivisione degli oneri in una prospettiva nazionale, considerando tutte le dimensioni di sicurezza di ogni singolo Stato.

Del resto anche durante la Guerra Fredda la condivisione degli oneri finanziari era diversa tra gli Stati membri: nel biennio 1961/62, l’Italia stanziava il 3,89% del PIL, la Repubblica Federale Tedesca il 4,8%, la Grecia il 5,1%, la Francia il 7,1%, il Regno Unito il 7,2% e gli Stati Uniti il 9,7%. Ci rendiamo conto che siamo in un periodo emergenziale, dove bisogna risollevare uno strumento da troppi anni bistrattato e perfino snaturato come abbiamo visto, ma fissare limiti minimi così elevati validi per tutti a prescindere dalle proprie capacità (non dalle proprie possibilità) non è la soluzione per aumentarne l’efficacia.

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