Il continente africano importa il 75% dei medicinali che servono a soddisfare il proprio fabbisogno. Ma, soprattutto, importa il 95% dei principi attivi vitali per produrre i farmaci. Davanti a cifre del genere, c’è chi giustamente parla della necessità non solo di una maggiore autonomia africana ma, andando ad allargare il discorso, di vera e propria “seconda indipendenza” del continente. A coniare questa espressione è stato il medico congolese Jean Kaseya, direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc). In un appello rivolto all’Unione Africana, Kaseya ha spiegato quanto sia urgente andare a ridurre drasticamente la dipendenza dell’Africa dall’import di medicinali stranieri. E questo non solo da un punto di vista sanitario, ma anche politico.
Pochi poli produttivi e poco integrati
Il primo problema riguarda la produzione sia di farmaci che dei principi attivi. Ovviamente, se l’Africa ha bisogno di importare buona parte dei medicinali che servono al continente è perché la produzione locale appare non sufficiente. In totale, fa notare Pharmin.net, sono presenti nel continente 690 industrie farmaceutiche. La loro distribuzione è piuttosto iniqua: l’85% di questi stabilimenti sono situati nell’area nordafricana, in totale 8 Paesi su 53 assorbono circa il 90% della produzione.
L’unica realtà dell’Africa australe che oggi sembra fare progressi in tal senso, è quella keniota: a Nairobi e a Mombasa, il governo locale negli anni è riuscito ad attrarre investimenti e interesse nel settore e il Paese ha quasi raddoppiato il numero di industrie di farmaci rispetto ai primi anni 2000. Si tratta tuttavia di una goccia in un oceano di opportunità non ancora sfruttate.
Prima tappa: avere strutture politiche
Per recuperare terreno, il continente deve compiere diversi passi. Il primo, non indifferente, è quello di dotarsi di strutture panafricane in grado di gestire i processi di trasformazione richiesti e mettere a rete le attuali realtà produttive. Per questo è stata salutata positivamente dall’Oms la creazione dell’African Medicines Agency (Ama). Si tratta di un ente che rappresenterà l’equivalente dell’Ema europeo oppure della Food and Drug Administration (Fda) statunitense. L’ufficializzazione della nascita dell’Ama si è avuta lo scorso 13 novembre, durante una conferenza sulla regolamentazione dei prodotti sanitari tenuta in Kenya.
Con l’entrata in funzione dell’Ama, l’Unione Africana e i vari singoli governi avranno a disposizione un organismo di riferimento per convogliare gli investimenti e ottenere supporto medico e scientifico. L’Ama andrà a regolarizzare in modo autonomo l’immissione sul mercato africano di nuovi farmaci, fino a oggi i vari governi o enti africani si basavano esclusivamente sulle direttive dell’Ema o dell’Fda.
Seconda tappa: investimenti da 11 miliardi
Una volta reso operativo il principale strumento scientifico e amministrativo africano, il continente dovrà ovviamente concentrarsi sugli investimenti da attuare per costruire (quasi) da zero la sua industria farmaceutica. La Banca Africana per gli investimenti e lo sviluppo, ha quantificato in 11 miliardi di Euro la cifra da mettere sul piatto entro il 2030 per avviare un serio programma di sviluppo. Per raggiungere un obiettivo così ambizioso, parte di quei fondi dovrà essere stanziata dal governo ma occorrerà anche l’aiuto dei privati.
Tre gli elementi su cui l’Africa dovrà puntare per attuare il percorso verso la sua seconda indipendenza: costruzione di nuove infrastrutture, formazione e investimenti stranieri. Il cammino non si prevede facile ma, rispetto al passato, c’è un elemento positivo su cui si potrà contare: l’intero continente africano è oggi consapevole dei suoi limiti e dei passi da dover compiere. Ed è proprio questa consapevolezza forse a costituire la vera base da cui avviare l’intero processo.
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