Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzera e autore di numerose pubblicazioni, molte delle quali disponibili anche in lingua italiana, è finito nel mirino del Consiglio Europeo. Il provvedimento adottato non riguarda solo lui, visto che coinvolge persone e organismi di varie nazionalità: per quanto non sia la prima volta che misure del genere vengono varate, per numero di soggetti coinvolti si tratta dell’atto che interessa il maggior numero di destinatari in un’unica soluzione.
Non possiamo parlare di fatti che giungono del tutto inattesi, visto che già il 10 dicembre ne dava notizia Radio Free Europe che, parlando della riunione degli ambasciatori dei Paesi della UE per imporre nuove sanzioni contro la Russia, menzionava diversi soggetti coinvolti, tra i quali veniva si faceva il nome del colonnello Baud, sanzionato per avere agito “come portavoce della propaganda filo-russa e per aver formulato teorie del complotto, accusando ad esempio l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per aderire alla NATO”. Tra gli altri nomi, quello dell’ex ufficiale militare francese Xavier Moreau e fondatore del sito Stratpol.
Le misure adottate non sono di poco conto e comportano per i destinatari una serie di limitazioni, tra le quali il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio dell’UE e quello di mettere a loro disposizione dei fondi. Ricordiamo che il colonnello, pur essendo svizzero, risiedeva a Bruxelles. Alla base del provvedimento il contrasto al contrabbando del petrolio russo, alla disinformazione e al pericolo di ingerenze di Mosca nelle dinamiche politiche e nel dibattito pubblico dei Paesi membri.
Nello specifico, per il colonnello Baud decisivo sarebbe stato il fatto di aver contribuito a diramare alcune (e presunte) false ricostruzioni sull’origine del conflitto russo ucraino, in particolare quella secondo cui sarebbe stata la stessa Ucraina a orchestrare l’invasione, trascurando il fatto che le dichiarazioni in merito – che Baud si è limitato a riprendere in alcune sue pubblicazioni o interventi – era state rese nel 2019 da Oleksiy Arestovych, ex consigliere del presidente Volodymir Zelensky, che ne parlò in occasione di un programma andato in onda sul canale ucraino nel lontano 2019, quando definì lo scontro militare con Mosca una sorta di “prezzo da pagare” per consentire al Paese di entrare nella NATO.
Ora, premesso che sino a prova contraria la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 11) garantisce a tutti il diritto alla libertà di espressione, come del resto fa l’art. 21 della Costituzione italiana, da questo dovrebbe discendere che ammesso e non concesso che un soggetto facesse opera di “propaganda filorussa” e/o diffusione di notizie prive di fondamento, questo non giustificherebbe la comminazione di sanzioni. L’unica ipotesi in cui questo potrebbe essere consentito sarebbe quella di una guerra, scenario che ci risulta essere sempre stato smentito da diversi leader politici e militari del cosiddetto Occidente.
In mancanza di tali presupposti, assunto che non ci risulta che finora le pubblicazioni Baud che contenevano certi elementi fossero state oggetto di contestazione legale (anche perché spesso fondate su fonti ucraine), si potrebbe aggiungere che non è dato sapere, parlando sempre per quel che sappiamo, che esistano prove di eventuali contatti dell’ufficiale ed ex collaboratore della NATO con Mosca, ragion per cui verrebbe da domandarsi quale interesse mai potrebbe aver avuto a far circolare propaganda in favore di quella parte.
Un clima intimidatorio
In tutta franchezza, l’emergere sempre più avvertito di un clima dal sapore intimidatorio (e sanzionatorio), del quale si iniziano a vedere pericolose avvisaglie anche dalle nostre parti, non ci rassicura, e per molte ragioni. A maggior ragione quando si cominciano a tacitare opinioni o ricostruzioni, oltretutto rigorosamente documentate e/o autorevolmente sostenute, facendo riferimento a pericoli vari ed eventuali, letti solo da una parte: la storia e l’esperienza insegnano che percorrendo certe strade si imboccano scenari molto pericolosi, specie per la difesa di quei valori di libertà e democrazia di cui si mena gran vanto.
A non voler pensare alla massima impropriamente attribuita al leader cinese Mao Tse-tung del “punirne uno per educarne cento”, a nostro avviso la spiegazione – a fronte del moltiplicarsi di certe dinamiche – potrebbe individuata in altri fattori. Il tentativo di mettere a tacere le voci che evocano riflessioni e dibattito critico, rischia probabilmente di far emergere in modo sempre più plateale le evidenti incoerenze e contraddizioni che hanno caratterizzato la narrazione sul conflitto russo ucraino, e non solo quella. E di fronte all’impossibilità di negarle o confutarle nel merito, l’unica reazione, alquanto fragile, resta la censura e la demonizzazione del cosiddetto avversario, forse dimenticando che la verità, come altre cose meno lodevoli, finisce sempre per venire a galla.
C’è una cosa ci preoccupa però, e molto. Il sentimento di generale indifferenza da parte di larghi strati della popolazione, che alle prese coi problemi della quotidianità, e magari nell’erronea convinzione che non le riguardino, se ne disinteressa completamente. Come scrisse a suo tempo il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Speriamo non si arrivi mai a tanto.
O, per dirla con Martin Luther King: “non ho paura delle parole dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.

