Philippe Donnet ha preferito fare un passo indietro dall’asse tra le Assicurazioni Generali, di cui è amministratore delegato, e la francese Bpce, controllata di Natixis, ponendo uno stop al processo di joint venture nel risparmio gestito che avrebbe potuto creare un campione paneuropeo da 1.700 miliardi di euro di asset.
Un passo indietro tattico dopo Mps-Mediobanca
La scelta del Ceo francese del Leone di Trieste avviene nel quadro di una fase di profondo riassetto della finanza italiana e all’ombra della valutazione d’impatto che Generali sta facendo delle conseguenze di lungo termine della scalata di Monte dei Paschi di Siena al suo principale azionista, Mediobanca. Un’operazione su cui pende l’ombra delle inchieste milanesi, ma che operativamente ad oggi ha fatto si che Siena, via Piazzetta Cuccia, sia divenuta la prima azionista di Generali.
Il 13,19% di Mediobanca/Mps si somma al 10,05% del gruppo Delfin guidato da Francesco Milleri e al 6,28% di Francesco Gaetano Caltagirone. La saldatura tra il Monte e i dioscuri che hanno organizzato assieme al Ceo di Mps Luigi Lovaglio (assieme a cui sono indagati a Milano per aggiotaggio) l’operazione Mediobanca pone un problema per la governance futura di Generali e Donnet ha voluto, per ora tirare i remi in barca per non connotare la seconda fase del suo mandato con una manovra potenzialmente sgradita.
Il Ceo, infatti, è stato rieletto ad aprile alla guida di Generali, tredicesima società finanziaria al mondo, terza assicurazione in Europa e prima società completamente privata italiana per ricavi, sulla base di uno schema che vedeva la vecchia Mediobanca guidata da Alberto Nagel alleata con i fondi internazionali soci del gruppo contro Caltagirone e Delfin.
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Donnet difende la linea in Generali
L’affare Mps-Mediobanca, l’emersione alle spalle del Monte della volontà del governo di Giorgia Meloni di mantenere in quota italiana, almeno nella retorica, risparmio e debito temendo ogni integrazione continentale del risparmio e della gestione del debito pubblico e la volontà di non aprire un fronte interno hanno sostanzialmente spinto Donnet alla cautela.
La realtà è che la certezza del Ceo, guardando alle sue mosse, è che non sarà inevitabile lo schema secondo cui il Monte e il duo Delfin-Caltagirone si impadroniranno congiuntamente di Generali.
La base di partenza del loro capitale è attorno al 30% e non è sulla carta sufficiente per sfiduciare il Ceo, che non intende offrire sponde in tal senso. Donnet conta sul 35% di capitale in mano alle finanziarie, alle casse e agli investitori istituzionali per blindarsi in assemblea dei soci e in prospettiva può costruire nuove alleanze e nuove prospettive strategiche mirando alla normalizzazione e alla moderazione del gioco finanziario.
In tal senso, per Generali, hanno valore sia la presenza nel capitale del 2% segnaletico di Unicredit che la prospettiva di sostituire a Natixis la partnership da 1.500 miliardi sul wealth management con Intesa Sanpaolo. Una mossa di cui si parla da tempo nei corridoi della finanza milanese ma che potrebbe ora riprendere quota.
Gli scenari futuri
Secondo l’economista dell’Università Statale di Milano, Marta Degl’Innocenti, che ha parlato ad AdnKronos, tale mossa potrebbe “collocare l’Italia tra i principali attori europei del risparmio e ridurre il divario rispetto ai maggiori operatori globali” e “troverebbe fondamento in significative sinergie industriali, derivanti dall’integrazione tra la rete distributiva bancaria e di private banking di Intesa Sanpaolo e le competenze assicurative e di gestione del risparmio di Generali”.
Torino (Intesa), Milano (Unicredit) e Trieste (Generali) costituiranno il semiasse nordico volto a alzare la qualità del confronto e della dialettica di mercato nel sistema finanziario controbilanciando la spinta da Sud dell’asse Roma-Siena, che preme per l’ibridazione politico-economica degli obiettivi del settore finanziario? Lo scenario è di quelli da monitorare. Ma che dei grandi concorrenti possano trovare un terreno comune nel gestire le pressioni del nascente “Terzo Polo” e nel trovare linee di competizione condivise e trasparenti non è da escludere. E la ritirata tattica di Donnet su Natixis potrebbe mirare proprio ad evitare gesti intesi come provocatori per non dare sponda a nuovi strappi. Le cui conseguenze sarebbero tutte da valutare per gli assetti di potere e mercato della finanza italiana.
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