Se non si trattasse del Segretario generale della Nato, ci sarebbe da ridere pensando a una figura tragicomica come quella di Mark Rutte. E, invece, ogni parola dell’ex “ministro-presidente” dei Paesi Bassi va purtroppo presa seriamente e commentata. Nell’ennesima sparata bellicista, Rutte ha dichiarato che Mosca potrebbe attaccare “un Paese Nato entro i prossimi cinque anni”. “La Russia sta già intensificando la sua campagna segreta contro le nostre società”, ha dichiarato Mark Rutte in un discorso tenuto in Germania. “Dobbiamo essere preparati a una guerra su scala simile a quella che hanno vissuto i nostri nonni o bisnonni“.
Le affermazioni di Rutte arrivano dopo che l’amministrazione Trump ha pubblicato la National Security Strategy che prevede di ristabilire una “relazione strategica stabile” con la Federazione russa e, di fatto, la fine delle ostilità in Ucraina. Una guerra per procura dispendiosa – sotto ogni punto di vista – che, come hanno sottolineato peraltro in queste settimane Financial Times, Telegraph e Foreign Affairs, non conviene più a nessuno. Nè tantomeno agli ucraini.
Messaggio per Trump: no alla distensione con Mosca
Il messaggio di Mark Rutte, saturo di quella retorica bellicista che purtroppo ci sommerge da mesi, non è solo una boutade di un politico scadente: è un segnale inequivocabile diretto a Donald Trump. Non il semplice presidente degli Stati Uniti, ma – di fatto – il leader politico dell’intera Alleanza Atlantica, con il suo potere di influenzare le dinamiche globali. E qui entra in scena un “partito della guerra” transnazionale, un network di interessi intrecciati che vede tra le sue fila figure come l’inetto e pavido Rutte – il quale, al cospetto di Trump, appare più un maggiordomo servile che un premier – opporre un muro granitico alla “distensione” evocata dall’amministrazione americana. Una distensione che riecheggia il modello di Kissinger e Nixon con l’Unione Sovietica: negoziati pragmatici, ridimensionamento delle tensioni, un passo indietro dal baratro.
Ma perché questa resistenza così feroce? La risposta sta in un riarmo che stuzzica appetiti voraci, alimentando un circolo vizioso di profitti e dipendenze. A beneficiarne per primi è il complesso militare-industriale, quel colosso che prospera sulle commesse governative e sulle esportazioni di armi. Pensiamo a giganti come Lockheed Martin, Boeing, Raytheon (ora RTX), General Dynamics e Northrop Grumman: aziende che dominano il settore della difesa statunitense e il cui motore occulto sono i fondi di investimento americani, veri e propri “proprietari ombra” di queste entità.
Si pensi a BlackRock che, insieme a Vanguard, controlla quote significative di aziende europee del settore, come la tedesca Rheinmetall – leader nella produzione di munizioni, veicoli corazzati e sistemi di artiglieria, che ha visto il suo valore azionario esplodere grazie al boom delle forniture per l’Ucraina. Senza un “nemico esterno”, tutta questa necessità di riarmarsi – in questo modo e con questi presupposti, perché nessuno è così sciocco o imprudente da pensare che non si debba investire in Difesa, anzi – semplicemente evapora.
Il gioco pericoloso dei bellicisti
È sconcertante che figuri di secondo piano – per usare un eufemismo – come Mark Rutte o Kaja Kallas, perfettamente intercambiabili l’uno con l’altra, non si rendano minimamente conto della gravità e della follia delle loro dichiarazioni irresponsabili e pericolose.
Su X, l’ex corrispondente della Bbc Leonid Ragozin ha perfettamente ragione nel denunciare le iperboli insensate di Rutte, che paragona una possibile futura minaccia russa a una guerra su scala mondiale come quella vissuta dai nostri nonni: dichiarazioni del genere non fanno altro che alimentare la percezione russa di una preparazione aggressiva da parte della Nato, spingendo Mosca a rafforzare le proprie difese e a inasprire la retorica, trasformando così una profezia in realtà autoavverante. “È la tragedia di avere leader che non comprendono i concetti fondamentali delle relazioni internazionali” commenta Arnaud Bertrand.
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