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Il primo dicembre, come ogni anno, si celebra la giornata mondiale contro l’Aids. La malattia, derivante del virus dell’Hiv, oggi fa meno paura ma è ancora altamente letale. Nel 2024, a perdere la vita per cause riconducibile all’Aids sono state 630.000 persone in tutto il mondo. Inoltre ci sono regioni, tra tutte quella dell’Africa australe, in cui la diffusione del virus comporta gravi problemi sociali e costi ingenti per i sistemi sanitari. In poche parole, molte sfide sono state vinte ma, al tempo stesso, molte altre ancora sono ben lungi da una loro risoluzione. Ma ricordare la presenza ancora molto marcata della malattia quest’anno, ancor più degli anni scorsi, è stato importante. Il motivo è da ricercare nei tagli previsti a decine di programmi di supporto a medici, pazienti e ricercatori. Tagli che hanno nel ridimensionamento di Usaid la loro causa primaria.

Cosa si rischia senza aiuti

Johannesburg è la città più importante a livello economico di uno dei Paesi più colpiti dall’Aids, ossia il Sudafrica. Qui, in ogni quartiere, c’è almeno un ambulatorio o anche un piccolo studio medico attrezzato proprio per accogliere chi è stato infettato dall’Hiv. In molti di questi locali ricevono cure gratuite e farmaci volti a rallentare i sintomi della malattia. Varcare la soglia di questi locali, per decine di persone vuol dire allungare la propria vita. Buona parte della rete anti Aids è stata sostenuta, a partire soprattutto dagli ultimi 15 anni, da Usaid. Oggi, così come testimoniato sui social da diversi operatori, senza quei soldi molti ambulatori hanno dovuto chiudere.

Questo esempio può ben rappresentare cosa vuol dire per il Sudafrica rimanere privo di aiuti. In tanti non potranno più essere curati, sia per il costo dei farmaci che per la loro parziale irreperibilità. Il rischio di vedere nuovamente aumentare il numero di infezioni appare concreto, con tutte le conseguenze che questo comporta. La società sudafricana rischia così di subire un effetto polveriera, difficile da disinnescare. Se una situazione del genere è verosimile per il Paese che rappresenta comunque la prima economia africana, si può ben immaginare qual è l’effetto del ridimensionamento degli aiuti in tutto il continente.

I numeri che testimoniano l’importanza di Usaid

In occasione delle giornata mondiale contro l’Aids, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha parlato di diversi dati che evidenziano l’importante passo in avanti contro la malattia. Dal 2010 a oggi, si è infatti registrato un calo del 40% del numero di nuove infezioni. Vuol dire che i contagi sono in drastica diminuzione. Sempre negli ultimi 15 anni, è stato dimezzato il numero di decessi correlato all’Aids. E, in generale, un po’ ovunque l’accesso alle cure è diventato molto più abbordabile.

Risultati a cui si è arrivati grazie a tre pilastri fondamentali: prevenzione, ricerca di nuovi farmaci e distribuzione dei medicinali disponibili. Tre rami il cui fabbisogno è stato coperto in gran parte da Usaid. E questo non per caso: tra gli anni Ottanta e Novanta, la diffusione dell’Hiv negli Stati Uniti è stata vista come una minaccia sociale. Da qui, la scelta delle varie amministrazioni di Washington di mettere sul piatto miliardi di dollari per contrastare la malattia lì dove era più diffusa. Soldi che, fino ai mesi scorsi, hanno garantito la sostenibilità delle campagne di prevenzione, nonché della ricerca e dell’accesso gratuito ai medicinali per le fasce più povere.

Servono nuovi fondi

Al fianco quindi dei dati positivi dell’Onu e dell’Oms, ad emergere in questo 2025 sono stati anche gli allarmi in previsione futura. In Paesi come il Sudafrica, il Kenya, la Tanzania, il Botswana, si teme una drammatica inversione di tendenza: dopo anni di costante discesa dei numeri delle nuove infezioni, entro il 2029 si potrebbe assistere a una nuova grave impennata. Gli allarmi hanno avuto come effetto l’aumento di singole donazioni private. Si è mossa anche la Cina, con uno stanziamento di 3.4 milioni di dollari al Sudafrica. Ma non basta al momento per colmare il vuoto di Usaid. Servono soldi e servono programmi in grado di rendere l’Africa autosufficiente, in modo da pianificare la lotta all’Aids senza dipendere da scelte politiche altrui.

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