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Elon Musk è tornato a attaccare l’Unione Europea, chiedendone lo scioglimento, dopo che la settimana scorsa la Commissione Europea ha inflitto al suo social media X una salata multa da 120 milioni di euro per violazione delle regole di trasparenza del Digital Services Act.

Musk non ha citato la multa comminata il 7 dicembre come causa della sua richiesta, ma non è un caso che proprio quel giorno sia partita l’ennesima raffica d’attacchi del magnate di origine sudafricana verso l’Ue.

Proprio via X, l’uomo più ricco del mondo ha chiesto a più riprese di “dissolvere l’Ue e ridare il potere alle persone” citando, in una raffica di tweet, la “burocrazia non democratica” di Bruxelles e esaltando la “remigrazione” come antidoto a un problema di migrazioni di massa che starebbero cancellando la cultura europea.

Curiosamente, Musk ha ritwittato un post che mostrava una bandiera a dodici stelle dell’Ue coprire un vessillo della Germania nazista mostrando di condividerlo. Due settimane fa aveva paragonato a un “incitamento all’omicidio” la falsa apposizione di “fascista” e “nazista” a delle persone, facendo riferimento al caso degli attentati contro Charlie Kirk e la Guardia Nazionale negli Usa.

Perché l’Ue è stata criticata da Musk

Un attacco non nuovo per Musk, ma sicuramente il primo su tale scala dopo che ha lasciato la guida del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge) dell’amministrazione di Donald Trump. C’è sicuramente un dato concreto dietro l’irritazione del patron di X, Tesla e SpaceX.

La problematica per Musk è connessa al peso della regolamentazione europea, che se da un lato pone la complessa questione di una sovraproduzione normativa spesso inefficiente dall’altro è ineludibile per le grandi compagnie globali di origine americana, che non possono ancora permettersi di perdere il mercato comunitario, ad oggi ancora il più ricco e appetibile. Il fatto che le entrate dell’Ue per multe alle big tech Usa, che queste ultime contestano ma alla prova dei fatti pagano, superino le tasse sul reddito pagate dalle ben più piccole compagnie europee, tra cui la tedesca Sap è l’unico colosso di rango globale, la dice lunga.

Ma alla prova dei fatti c’è anche molto di più nell’azione di Musk. Il magnate non ha abbandonato, dopo l’uscita dall’amministrazione Usa, la sua visione di un ruolo crescente nella politica e sta tornando a strizzare l’occhio all’Europa. A febbraio Musk aveva lanciato il movimento Make Europe Great Again, presentandolo come piattaforma ideologica di riferimento per quelle forze sovraniste e populiste che avessero voluto lavorare per spaccare l’Ue dall’interno e consolidare una relazione privilegiata tra Washington e un’Europa di nazioni sovrane.

Il derby Trump-Musk

Il tempismo tra l’uscita di Musk e la pubblicazione della National Security Strategy di Trump è tutt’altro che casuale. The Donald chiama con il documento ufficiale l’Ue un organo che “mina libertà e sovranità”, accusa “politiche migratorie che stanno trasformando il continente” e denuncia “censure della libertà di parola”, invitando gli Usa a “coltivare la resistenza alla traiettoria europea all’interno dei Paesi” membri dell’Ue.

Quest’ultimo progetto si può leggere come un invito a sostenere i partiti conservatori e nazionalisti. Tutti sovranisti nella misura in cui la sovranità da mettere in discussione è quella europea e (con la solida eccezione del Rassemblement National francese) apertamente trumpisti, filoamericani e sostenitori a spada tratta di Israele. In altre parole: le quinte colonne del progetto americano di dividere l’Europa per meglio mantenerla nell’alveo del suo progetto egemonico.

I due Mega di Trump e Musk

Laddove Barack Obama e Joe Biden avevano usato la sfida russo-occidentale come leva per questo divide et impera, Trump usa l’arma del nazionalismo. Un nazionalismo da coltivare dall’esterno che non fa però rima con patriottismo, perché funzionale ai disegni di oltre Atlantico. Musk si vede, in quest’ottica, defraudato della retorica Mega e parte una rincorsa al disegno di Trump che si gioca in parallelo.

Per Trump la priorità sono determinate formazioni come Reform Uk di Nigel Farage o leader come l’ungherese Viktor Orban, per Musk la spinta è sui temi: ad esempio, l’uomo più ricco del mondo e i suoi seguaci social spingono sulla “remigrazione”, sul tema della purezza etnica dei Paesi dell’Europa, sull’annosa sfida della demografia. Due versioni che si sommano e si amplificano nel promuovere l’ultima frontiera di un disegno americano di divisione ed egemonia sull’Europa che è stato promosso da decenni all’alternanza delle amministrazioni ma ora è diventato politica esplicita degli Usa, i cui proxy diventano quei partiti per cui la sovranità si proclama a parole ma non necessariamente si deve applicare nei fatti.

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