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Benjamin Netanyahu non intende fare concessioni sulla richiesta di grazia presentata al presidente israeliano Isaac Herzog. Il capo del governo di Tel Aviv ritiene la sua proposta di ricevere l’immunità legale dai tre filoni del processo per corruzione che lo vede imputato non come qualcosa su cui negoziare, ma come un atto dovuto per la sicurezza e la stabilità dello Stato Ebraico: interrogato in conferenza stampa a margine della visita del cancelliere tedesco Friedrich Merz in Israele sulla possibilità di barattare l’accettazione della grazia da parte di Herzog con l’annuncio del suo ritiro della politica alla fine del suo sesto governo e della legislatura, col voto dell’autunno 2026, Netanyahu si è detto non disponibile.

Per Netanyahu la grazia nei suoi confronti è un’esigenza di Israele

“Tutti sono molto preoccupati per il mio futuro”, ha detto Netanyahu negando l’eventualità, aggiungendo che “lo sono anche gli elettori, e ovviamente decideranno loro, ma abbiamo grandi compiti da svolgere”. Del resto, impunità è la parola d’ordine che anima la richiesta del primo ministro di Tel Aviv.

Nel chiedere la grazia a Herzog, il 30 novembre scorso, ha fatto coincidere la sua emancipazione dagli oneri giudiziari con le necessità strategiche di Tel Aviv, sottolineando che senza doversi recare ogni lunedì in tribunale avrebbe la possibilità di ““dedicare tutto il suo tempo, le sue capacità e le sue energie al progresso di Israele in questi tempi critici”, come ha scritto in una lettera al presidente. Inoltre, Netanyahu intende leggere la richiesta di grazia come un invito a “ricomporre le fratture di Israele” e “raffreddare la contesa politica” nazionale. Ovviamente a suo favore.

Il teorema Netanyahu

Il teorema Netanyahu, in questo senso, combina al tempo stesso ipotesi, tesi, corollario. Ipotesi: Bibi e la sua visione strategica sono chiave per la sopravvivenza nazionale dello Stato Ebraico coinvolto in vasti scenari bellici dal 7 ottobre 2023 in avanti. Tesi: tutto ciò che frena la capacità di Netanyahu di guidare dalla tolda di comando Israele è anti-nazionale, dunque dannoso agli interessi del Paese.

En passant, chiaramente, la magistratura israeliana è vista come strumento di condizionamento contro la destra nazionalista e il suo partito, il Likud, dunque sostanzialmente illegittima nelle sue mosse. Corollario numero uno: il capo del governo si è guadagnato sul campo (di battaglia) l’immunità. Corollario numero due: questa immunità è da intendersi sia sul fronte interno che, chiaramente, per le indagini condotte in campo sovranazionale dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti di Netanyahu.

La sponda di Merz

Non a caso Bibi parla apertamente del tema a fianco di Merz, leader di un Paese membro della Cpi e che sulla carta avrebbe il dovere di arrestare Netanyahu se mettesse piede in Germania e di ottemperare al diritto internazionale ma che si profonde in forti elogi e in una sorridente convergenza con il capo del governo che secondo le Nazioni Unite avrebbe compiuto un vero e proprio genocidio a Gaza.

Merz, che non ha avuto problemi in passato a definire Vladimir Putin un “criminale di guerra”, è lo stesso leader per cui Israele stava facendo “il lavoro sporco per noi” in Iran durante la guerra a giugno e difficilmente potrà aver avuto da obiettare sulle parole dell’omologo di Tel Aviv.

Un 2026 sull’ottovolante

Il 2026 sarà un anno sull’ottovolante per Israele, che si avvierà verso le elezioni politiche per il rinnovo della Knesset in un clima di acuta e aspra polarizzazione. Un clima nel cui contesto Netanyahu non intende mollare di un centimetro. Forte di appoggi internazionali come quello di Merz, il premier mira a fare del 2026 l’anno del definitivo consolidamento della sua strategia e di coronarlo con una nuova vittoria elettorale.

A Gaza si parla già di “finire il lavoro” interrotto con la tregua di ottobre, in Siria c’è la prospettiva di un contatto indiretto con la Turchia, alle spalle di tutto resta il nodo della possibile ripresa dello scontro con l’Iran. Difficile pensare a un Netanyahu che si ritiri dalla politica proprio ora. Per lui la grazia è un atto dovuto, funzionale al progetto di ridefinire, con la forza, gli equilibri del Medio Oriente in nome delle preferenze israeliane. Il fatto che questo abbia reso completamente incontrollabile Tel Aviv e possa in definitiva spaccare Israele dall’interno appare secondario per l’ambizioso capo di governo.

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