Donald Trump come Federico Barbarossa, l’Europa come i comuni italiani che conquistarono autonomia dal Sacro Romano Impero, emancipandosi con la battaglia di Legnano (1176) dal controllo del centro monarchico tedesco. Un leader accorto dell’Unione Europea che conoscesse la storia e volesse leggervi rimandi ai giorni nostri farebbe questo parallelismo riguardo la National Security Strategy del presidente americano, che come ha ben ricordato Roberto Vivaldelli abbandona l’Europa al suo destino. Ma può essere letta in senso proattivo come la chiamata a una rottura del vincolo informale di vassallaggio che l’Europa ha nei confronti dell’impero di oggi, l’America.

Europa-Usa, no al moralismo, si al realismo
Non serve perdersi in scorciatoie moralistiche, come ha fatto Emmanuel Macron parlando in privato a Volodymyr Zelensky di “tradimento americano”, o parlare di un’America “nemica” dell’Europa. Serve prendere atto che quando un impero parla e agisce, plasma il mondo anche con le sue stesse intenzioni. E l’America ha agito molto prima di parlare chiaramente con Trump nell’ultimo documento strategico.
Il documento di Trump ha il grande merito di levare ogni velo di ipocrisia: conferma che l’Occidente non è un concetto valorizzare ma squisitamente geopolitico e coincide con la sfera d’influenza e ingerenza americana; che l’esaltazione statunitense della libertà delle nazioni e dei popoli non vale in senso biunivoco, viste le prescrizioni ripetute da Trump verso l’Europa su libertà d’espressione, migrazioni, identità; che la strategia americana è pienamente difensiva, mirando a preservare le determinanti della leadership statunitense oggi sfidate da potenze esterne, aprendo la strada a una ricomposizione e ridefinizione degli equilibri mondiali sotto forma di “Nuova Yalta” con Cina e Russia.
L’Europa nel grande gioco americano
In tutto questo, Trump conferma ciò che su queste colonne scriviamo da tempo: nella sua lettura l’Europa non è un invitato a cena ma una portata del menù. L’America è l’Impero del Barbarossa che chiede lealtà, appoggio militare e (i dazi) tributi economici alle città che provano a vivere di economia, senza restituire nulla in cambio in nome del prezzo della sicurezza e della tutela. E la National Security Strategy appare dunque un’occasione da non farsi sfuggire per capire le determinanti della sicurezza dell’Europa come sostanzialmente slegate da quelle americane.
C’è un continuum che lega, nell’ultimo quindicennio, l’approccio all’Europa degli Usa al netto del cambio delle amministrazioni. Barack Obama, Joe Biden e le due amministrazioni di Trump hanno sostanzialmente perseguito un’agenda incrementale orientata a: preservare il vincolo di interdipendenza euroatlantico sotto forma di un’attiva promozione del divide et impera in campo europeo; messo nel mirino il Paese chiave d’Europa, la Germania, il cui maxi-surplus commerciale e la cui grande centralità industriale, unita alla apertura all’integrazione energetica con la Russia, creava le premesse per una ricomposizione euroasiatica malvista a Washington; utilizzato la leva dell’Est Europa (e poi dei partiti populisti, sovranisti nella misura in cui Washington permette) per mantenere divisa l’Unione Europea; sdoganato l’arma della guerra economica in varie forme (dal Dieselgate dell’era Obama ai dazi, passando per l’Inflaction Reduction Act di Biden) con il percepito obiettivo di ridimensionare l’industria veterocontinentale a favore di quella a stelle e strisce; da ultimo, utilizzato la leva del conflitto in Ucraina per alzare un muro invalicabile tra Europa e Russia.
La schizofrenia delle élite europee
In tutto questo contesto, l’approccio europeo è sempre parso schizofrenico: più l’America dava modo di presentare la sua visione di un’Europa ridimensionata e funzionale ai suoi desiderata, ovvero mantenere la sfera d’influenza sull’Occidente come perno della rete di potere globale, più le élite comunitarie hanno fatto di tutto per inseguire Washington sul suo terreno.
Ogni discorso di autonomia strategica e difesa europea è stato visto come antistorico, e financo antioccidentale, almeno fino al brusco risveglio della guerra in Ucraina. Per anni, poi, le multinazionali e i tecno-oligarchi americani si sono inseriti in profondità nel settore europeo dell’innovazione senza alcun discorso parallelo su come recuperare la competitività del blocco; su diversi dossier (da ultimo la recente guerra Israele-Iran) la posizione europea è stata la copia sostanziale di quella statunitense. Per anni, anche prima di Trump, in Europa il mito del “legame transatlantico” è stato un motto da pronunciare con decisione, un anatema contro ogni possibile rottura, in fin dei conti però un flatus vocis che non raccontava la realtà concreta.
Strategia americana, applicazione europea
En passant, l’Europa ha accettato la scelta americana di considerare la Russia il suo rivale numero uno e ha seguito sull’imposizione di una linea più dura verso la Cina, senza però chiedere dividendi strategici o politici. Ha firmato un accordo sui dazi con gli Usa capitolando di fronte al timore di uno strappo di Trump e ha subito attacchi frontali da figure come il vicepresidente J.D. Vance precipitando in un sentimento di “vedovanza” per il possibile abbandono americano. Senza prendere in considerazione l’enorme opportunità che si apre di fronte alla possibilità di elaborare una via maestra per una rottura del vassallaggio.
Certo, manca una Milano moderna che possa unire la Lega Lombarda del XXI secolo a emanciparsi dal moderno Barbarossa a stelle e strisce. Ma con pazienza strategica e visione del futuro si può prendere atto del fatto che Trump, capitalizzando un percorso iniziato dagli Usa con Obama, offre la sponda per una riflessione più profonda. E aprire a azioni correttive.
Come l’Europa può rompere il vassallaggio americano
Ad esempio, notando come la Nato possa essere il terreno di coltura, con le sue strutture, dell’integrazione europea della Difesa, senza inventare doppie strutture e senza allontanarsi nominalmente dal mito della solidarietà occidentale e transatlantica. Magari concentrando le politiche di difesa su quelle capacità definite come “abilitatori strategici” e che oggi gli Usa controllano in sostanziale esclusività, come trasporto aereo, sorveglianza satellitare, capacità d’attacco a lungo raggio, strumenti di comando e controllo. L’idea di costruire una difesa europea autonoma dall’America sarebbe un fine molto più concreto e pragmatico per giocare di squadra rispetto alla presentazione di un generico timore di “barbari alle porte” in relazione a un attuale piano di riarmo che sembra scollegato dalla strategia del Vecchio Continente.
Oppure, iniziando ad applicare con severità draconiana le norme antitrust e regolatorie contro le tecno-oligarchie americane, che possono dominare per l’innovazione ma non possono fare a meno di un mercato ricco come quello europeo.
O ancora, sul tema dell’interdipendenza economica globale l’Europa potrebbe agire senza guardare giocoforza agli Usa come unico mercato di sbocco e accelerare sui grandi accordi con altri sistemi economici in ascesa (Asean, India, Giappone, Turchia, Golfo per fare alcuni esempi) per depotenziare la strategia daziaria a stelle e strisce.
Il nodo della libertà che l’Europa non capisce
Infine, un altro punto strategico su cui l’Europa può retoricamente giocare la sua partita è quella della difesa della libertà: in un mondo che vede, per limitarci alle grandi potenze, la Cina controllata da un partito-Stato (e, en passant, con 5 milioni di lavoratori schiavi certificati al suo interno), la Russia scivolare dalla “democratura” al dispostismo e anche l’America presentare preoccupanti torsioni interne per il bonapartismo dell’amministrazione Trump e l’uso sregolato del potere esecutivo interno contro fette della società e minoranze (si pensi alla deriva da polizia politica dell’Ice), l’Europa può e deve presentarsi come campionessa mondiale della libertà. Di ogni libertà: di parola, di espressione, di culto, di iniziativa economica, di confronto diplomatico.
Il fatto è che spesso la produzione legislativa dell’Ue e dei Paesi membri va in controtendenza con tutto ciò, perlomeno sul fronte della sorveglianza digitale e dei media, mostra la miopia di una classe dirigente continentale che sembra, spesso, fuori dal tempo e dalla storia. E non sembra cogliere il fatto che la sfida della libertà è la vera abilitante di tutte le altre. Fu così ai tempi del Barbarossa, con la Lega Lombarda che proprio in nome della libertà si mobilitò. Può essere così anche adesso. Basta riscoprire il senso della storia, quello che animava Alcide De Gasperi e i padri fondatori dell’Europa. E che spesso sembra mancare nel mondo di oggi.
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