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Politica

L’inchiesta del New York Times che inchioda Zelensky: “Così Ha permesso alla corruzione di proliferare”

Durissimo attacco del New York Times al leader ucraino Volodymyr Zelensky: lo scandalo corruzione si allarga.
Zelensky New York Times

Un’inchiesta approfondita del New York Times getta un’ombra pesante sul governo ucraino, rivelando un sistema di sabotaggio sistematico dei meccanismi di controllo anti-corruzione imposti dagli alleati occidentali. Al centro dello scandalo c’è il presidente Volodymyr Zelensky, eletto nel 2019 con la promessa di estirpare la corruzione endemica del Paese, ma accusato oggi dal giornale americano di averne favorito la rinascita sotto il velo della guerra contro la Russia.

L’indagine, basata su documenti e interviste con oltre 20 funzionari occidentali e ucraini, dimostra come l’amministrazione Zelensky abbia riempito di fedelissimi i consigli di sorveglianza delle aziende statali, lasciando posti vacanti o bloccandone la formazione, e persino riscrivendo gli statuti societari per limitare l’ingerenza esterna. Risultato: centinaia di milioni di dollari sono stati spesi senza controlli, permettendo alla corruzione di proliferare.

Zelensky e il proliferare della corruzione

L’inchiesta del New York Times parte dal presupposto che Stati Uniti ed Europa, per tutelare i loro fondi, avessero imposto alla Ucraina la creazione di “consigli di sorveglianza” composti da esperti indipendenti stranieri, incaricati di monitorare le spese, nominare dirigenti e prevenire gli abusi.

“Per proteggere i loro soldi, Stati Uniti e nazioni europee insistettero per un oversight. Richiesero all’Ucraina di permettere a gruppi di esperti esterni, noti come consigli di sorveglianza, di monitorare le spese, nominare executives e prevenire la corruzione”, si legge nel pezzo, che aggiunge: “Negli ultimi quattro anni, l’inchiesta del New York Times ha scoperto che il governo ucraino ha sabotato sistematicamente quel controllo, permettendo alla corruzione di prosperare“.

Il leader ucraino principale responsabile

Zelensky, che ha allentato le regole anti-corruzione dopo l’invasione russa del 2022 per accelerare gli acquisti di armi e proteggere segreti militari, emerge come il principale responsabile. Il suo entourage è accusato di aver deviato e riciclato 100 milioni di dollari dalla società statale per l’energia nucleare Energoatom, al centro di uno scandalo che ha portato a otto arresti, tra cui un ex partner d’affari del presidente e un ex vice primo ministro. L’amministrazione Zelensky ha scaricato la colpa sul consiglio di sorveglianza di Energoatom, ma “il governo di Zelensky ha reso impotente il consiglio di sorveglianza di Energoatom, ha scoperto il Times”.

In pratica, il board è stato “castrato”, lasciando un posto vacante e creando un’impasse che ha impedito qualsiasi azione efficace. Non solo Energoatom: l’indagine allarga lo sguardo a Ukrenergo, l’operatore della rete elettrica nazionale, e all’Agenzia per gli Approvvigionamenti Difensivi. A Ukrenergo, nel 2021, il ministro dell’Energia Herman Halushchenko – recentemente dimissionato per il suo ruolo nello scandalo – ha cercato di imporre nomine fedeli, ignorando le resistenze dell’ex CEO Volodymyr Kudrytskyi, protetto inizialmente dal board internazionale.

“Ha iniziato a insistere”, ha raccontato Kudrytskyi al Times. “Ha iniziato aggressivamente a cercare di farmi nominare loro”. Quando il board è decaduto, il governo ucraino ha “dirottato” il processo di selezione, inserendo un esperto polacco non qualificato dalla shortlist europea, Roman Pionkowski, che poi ha votato per licenziare Kudrytskyi in un pareggio manipolato. I donatori occidentali, nonostante le proteste di due membri stranieri dimissionari, hanno chiuso un occhio: “I donatori europei – le banche, i governi centrali e le istituzioni internazionali che stanno finanziando l’Ucraina – hanno fatto poco”, nota l’inchiesta.

Il caso Energoatom

Il caso Energoatom è emblematico di come il governo abbia bloccato i controlli per perseguire progetti dubbi, come l’acquisto di due reattori nucleari russi obsoleti dalla Bulgaria per 600 milioni di dollari, criticato come un “boondoggle” – un affare fasullo – da donatori e osservatori anti-corruzione. Mentre il board languiva inattivo per dispute su stipendi e assicurazioni (un pretesto, secondo fonti europee e parlamentari ucraini), funzionari ucraini orchestravano uno schema di tangenti del 15% sui contratti”.

“Capirono che non appena avessero avviato le attività del consiglio di sorveglianza, potevano perdere il controllo”, ha spiegato Oleksii Movchan, deputato del partito di Zelensky. “E non volevano perdere il controllo”. Solo nel dicembre 2024, ambasciatori di Usa e Regno Unito hanno premuto per la formazione del board, ma quando è stato insediato, un posto è rimasto vuoto, paralizzando l’organismo.

L’inchiesta del New York Times rappresenta un colpo durissimo per Zelensky. Il giornale, infatti, non può essere accusato di essere vicino all’amministrazione Trump (tutt’altro), e proprio per questo la sua indagine rischia di incrinare seriamente il sostegno di cui il presidente ucraino ha finora goduto tra i simpatizzanti liberal e progressisti americani ed europei.

Come ha scritto Fulvio Scaglione su InsideOver, Zelensky è sempre più un uomo solo al comando. Dopo le clamorose dimissioni del suo braccio destro Andriy Jermak (per qualcuno destro e sinistro, tanto da affibbiargli il titolo di presidente-ombra dell’Ucraina), che cosa farà Volodymyr Zelensky? Quando gli agenti del NABU (l’Ufficio nazionale anti-corruzione) e i magistrati della SAP (la Procura speciale anti-corruzione) hanno sparato l’ultima cannonata contro la verticale del potere zelenskiano, spingendo prima Jermak a dimettersi e poi, curiosamente, Zelensky a licenziarlo, il Presidente ha subito promesso un repulisti generale nei ranghi dell’amministrazione presidenziale, cioè tra coloro che lavorano da anni con lui ora per ora giorno per giorno. Una promessa arrivata dopo l’arresto, causa lo scandalo corruzione, di due ministri in carica (quello della Giustizia e quella dell’Energia), un ex (da pochi mesi) vice-premier, uno dei suoi più vecchi amici e soci in affari, diversi alti funzionari di aziende statali e infine Jermak, l’uomo che fino a poche ore fa stava un gradino appena sotto di lui.

L’uscita di scena di Jermak lo priva non solo di un abile e sperimentato gestore dei maccanismi del potere, ma anche dell’ultimo esponente di quello che Andrea Muratore, in queste pagine, ha giustamente definito il “cerchio magico” di Zelensky. Ovvero quel gruppo di amici e collaboratori che erano con lui già molto prima del grande salto nella politica.

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