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La contestazione interna al Pd è riuscita a realizzare, almeno in parte, lo scopo che si era prefisso il ddl contro l’antisemitismo a firma di Graziano Delrio: che evidentemente non era difendere la dignità degli ebrei e fare da diga all’odio razzista ma spaccare il Partito democratico. Non è stata una “iniziativa personale”, come pure qualcuno ha tentato di dire per nascondere il problema, quella dell’ex ministro, bensì un testo autoritario e ottuso presentato da una fronda di 13 senatori. Diventato caso nazionale nel weekend, il testo è stato sostanzialmente scaricato dai vertici del Pd, a partire da Francesco Boccia, capogruppo dem in Senato: “Non rappresenta la posizione del gruppo né quella del partito“.

Il principale partito d’opposizione, che una settimana fa era riuscito a vincere la Puglia e la Campania, si ritrova incartato di nuovo dalla corrente “riformista”, con la segreteria sotto il fuoco dei gruppi filoisraeliani. Missione compiuta.

Noi di InsideOver ne avevamo già parlato il 28 novembre: si è dovuto aspettare che lo facesse anche il Manifesto per far capire al resto centrosinistra la pericolosità della legge, che intanto era nel cassetto da oltre una settimana. Nessun altro quotidiano di centrosinistra storico, divulgatore, o debunker di quelli che piacciono alla gente che piace, se n’era occupato, ed è un problema.

“Se si è potuto criticare Israele e se voci autonome come quelle citate di Foa o Lerner si sono levate liberamente… lo si potrà continuare a fare legittimamente”, dice a un certo punto Delrio al quotidiano comunista, ed è forse questa la sua frase più sconcertante. Quello che hanno detto Anna Foa e Gad Lerner, due rappresentanti della sinistra liberale moderata, critici pacati, in questi due anni non ha nulla a che fare con i contenuti che verrebbero sanzionati dalla definizione dell’Ihra, tipici del linguaggio antisionista radicale, nel mondo arabo come nella sinistra italiana. A cominciare dall’analogia – sensazionalistica, discutibile – tra Israele e nazismo, o l’idea che Israele sia uno Stato razzista fin dalla nascita, o che non dovrebbe esistere, o che soldati Idf si comportino da kapò.

Il fatto che molti di noi reputerebbero tutte queste opinioni irragionevoli, esageratamente ostili, o persino controproducenti per qualsiasi dialogo, dev’essere del tutto secondario: che si debba estirparle dal dibattito democratico a suon di legge è questo il punto che Delrio non sembra cogliere. Il suo ddl vuole rendere operativa l’ideologia del words are violence, contro cui si sono ribellati molti conservatori dopo l’assassinio del provocatore seriale Charlie Kirk, un’ideologia che riduce in modo arbitrario la distanza tra parole e azioni, con effetti illiberali sul piano legislativo e sul dibattito sull’hate speech.

Ma è vero che sui social la comunicazione immediata favorisce reazioni impulsive e la percezione delle parole come violente, e l’applicazione dell’Ihra in salsa italiana è stata accolta con favore da quei segmenti, non per forza pro-Bibi, che si sentono smarriti nel dibattito pubblico degli ultimi due anni.

Ma l’Ihra è una soluzione autoritaria e sbagliata. Per chi non lo sapesse, tra sue direttive c’è questa: l’idea che vada etichettato come antisemita “applicare doppi standard pretendendo da Israele un comportamento che non viene richiesto o preteso da nessun altro Paese democratico“. In pratica, l’imputare a Israele crimini commessi già da altre potenze occidentali.

È la trasformazione in censura operativa del benaltrismo socialmediale che abbiamo visto negli ultimi due anni – esempio: “E allora il Messico con i narcos?”, “E allora la coalizione occidentale a Mosul”, etc. – usato per dire che siccome ci sono state altrove, o in passato, operazioni di “antiterrorismo” che hanno comportato mattanze indiscriminate, allora bisogna tollerarle anche in un nostro alleato geopolitico intoccabile. Per quanto sia un argomento legittimo, seppur piccino e disonesto, dev’essere lasciato alla discussione democratica, senza che diventi un’etichetta infamante che consenta licenziamenti, isolamento e carriere rovinate.

La reazione degli intellettuali

Ma intanto arrivano le picconate dei segmenti politici filoisraeliani più intransigenti, incluso Luigi Marattin, che accusano il Pd di Schlein di essere ricattato dagli “squadristi” e dai “pro-Pal”, nonostante la definizione di antisemitismo su cui si basa il ddl venga criticata anche da numerose organizzazioni pacifiste ebraiche e da intellettuali israeliani di sinistra. Elly Schlein, dal canto suo, non si esprime, e questo la dice lunga sull’esito di una segreteria che, tra le sue missioni, si proponeva quella di ridurre l’influenza delle correnti.

Ci si consola allora con la reazione di alcuni intellettuali impegnati nelle comunità ebraiche come Roberto Saviano, Helena Janeczeck, Carlo Ginzburg e Gad Lerner, che hanno firmato un appello definendo il testo di Delrio “inaccettabile e pericoloso” e che finisce per banalizzare l’odio antiebraico. L’appello critica anche il fatto che i quattro disegni di legge in discussione – presentati da Lega, Italia Viva, PD e Forza Italia – creino una sorta di eccezione “in favore degli ebrei”, separando l’antisemitismo dalla più ampia lotta contro il razzismo. Un approccio che, scrivono, rischia di alimentare nuova ostilità.

A intervenire è stato anche il Laboratorio Ebraico Antirazzista, che ci scrive e definisce il ddl Delrio “molto preoccupante“, forse per calcoli interni al Pd o per inseguire la destra su un terreno repressivo già battuto da altri partiti socialdemocratici europei.

La sintesi migliore ce la consegna la storica Anna Foa, che definisce l’impianto del ddl “una minaccia per la democrazia e la libertà d’opinione“. Secondo lei, andrebbe semplicemente accantonato. Nel frattempo, però, il testo ha già raggiunto uno dei suoi effetti più visibili: alimentare divisioni nel Pd e segnalare un “riformismo” sempre più fuori controllo.

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