Per mesi le capitali occidentali hanno guardato a Dubai come al cuore dell’elusione russa. Poi, all’improvviso, la mappa si è spostata di qualche decina di chilometri più a Nord. Un’inchiesta pubblicata da Intelligence Online ha acceso i riflettori su Sharjah, l’emirato spesso considerato “minore” ma divenuto in pochi anni il nuovo snodo essenziale attraverso cui Mosca aggira le sanzioni legate alla guerra in Ucraina. Qui, nella Hamriyah Free Zone e nella Sharjah Airport International Free Zone, si sta giocando una partita cruciale per la sopravvivenza logistica dell’industria militare russa.
Dubai stringe, Sharjah accoglie
La dinamica è chiara: mentre Dubai e Abu Dhabi hanno alzato il livello dei controlli sotto la crescente pressione di Stati Uniti e Unione Europea, Sharjah ha mantenuto regole più leggere, procedure più rapide e verifiche meno rigorose. Il risultato è evidente: registrazioni societarie in 24-48 ore, scarsi controlli sui beneficiari effettivi, magazzini doganali perfetti per spezzare la tracciabilità delle merci. Così centinaia di operatori legati alla Russia, espulsi o ostacolati a Dubai, si sono ricollocati a Sharjah, spesso mantenendo le stesse reti e gli stessi intermediari.
Il triangolo dei beni dual-use
Le merci che transitano per Sharjah raccontano molto più delle parole: microchip americani, componenti europei, macchinari CNC, parti aeronautiche, elettronica dual-use che alimenta la produzione dei missili, dei droni e dei sistemi d’arma usati dall’esercito russo. La catena è sofisticata: acquisti da Europa, Stati Uniti, Taiwan o Corea del Sud; passaggio “ripulito” nelle free zones di Sharjah; riesportazione indiretta verso la Russia attraverso Turchia, Kirghizistan, Armenia o Kazakistan. È un mosaico di triangolazioni studiato per aggirare controlli e certificati di destinazione.
Non è un caso che, secondo diverse intelligence occidentali, nel 2024-2025 Sharjah abbia superato Dubai come primo hub emiratino per i beni dual-use diretti verso la Russia. E non è un caso che molte società registrate qui conducano direttamente a gruppi sanzionati russi come Rostec, Rosoboronexport o Almaz-Antey.
I casi del 2025: una scia di operazioni sospette
Le indagini dell’ultimo anno hanno portato alla luce episodi che descrivono bene l’ecosistema di Sharjah:
– una filiale del gruppo Metalloinvest, Hamriyah Steel Free Zone Company, sanzionata dagli Stati Uniti per aver mascherato esportazioni di acciaio russo;
– almeno otto società nella SAIF Zone coinvolte nell’invio di microelettronica americana ed europea a produttori di droni russi;
– un caso recente, ancora coperto da riservatezza, di oltre due milioni di dollari di chip taiwanesi Texas Instruments e Analog Devices riesportati verso una compagnia russa inclusa nella “Entity List” statunitense;
– aziende della Hamriyah Free Zone accusate di aver fornito macchinari agli impianti che producono i missili Kalibr e Iskander.
Si tratta di elementi che non lasciano spazio a dubbi: Sharjah è oggi una colonna logistica del complesso militare-industriale russo, camuffata da snodo commerciale neutrale.
Pressioni internazionali e resistenze locali
Dal 2023, gli Emirati Arabi Uniti sono sotto un pressing costante di Washington e Bruxelles. Le visite dei vertici del Tesoro americano hanno spinto Dubai e Abu Dhabi a chiudere migliaia di conti russi e a revocare licenze sospette. Ma molti operatori si sono semplicemente spostati negli emirati meno controllati, in primis Sharjah e Ras Al Khaimah.
Il Tesoro USA ha già sanzionato oltre cinquanta entità emiratine dal 2023, molte proprio a Sharjah. Abu Dhabi promette piena collaborazione e punta a uscire dalla “grey list” del GAFI, l’organismo internazionale contro il riciclaggio. Ma l’attuazione resta lenta, quasi bloccata nelle zone franche dove gli interessi locali preferiscono mantenere un ambiente permissivo, anche a costo di attriti con i partner occidentali.
La prossima mossa: sanzioni secondarie?
Gli analisti occidentali sono convinti che, se Sharjah non si allineerà rapidamente, nel 2026 potrebbe finire nel mirino delle sanzioni secondarie statunitensi. Il che significherebbe colpire non solo le società sospette, ma l’intera attrattività economica delle sue free zones. In altre parole: la finestra di tolleranza sta per chiudersi.
Conclusione
Sharjah è diventata ciò che Dubai non può più essere: un territorio poroso, rapido, poco regolamentato, perfetto per i network russi che cercano di eludere i controlli globali. E finché le pressioni internazionali non costringeranno l’emirato a un giro di vite, questo sarà il punto più vulnerabile della catena emiratina. Un anello debole che, paradossalmente, tiene insieme la parte più sensibile dello sforzo bellico russo.

