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Politica

Il (vecchio) nuovo volto dell’Iraq

Il 12% ottenuto lo scorso 11 novembre dal premier iracheno Al Sudani, rappresenta un vero e proprio successo personale da parte del capo del governo uscente. In primo luogo, si tratta di un risultato che ha conferito alla propria coalizione,...

Il 12% ottenuto lo scorso 11 novembre dal premier iracheno Al Sudani, rappresenta un vero e proprio successo personale da parte del capo del governo uscente. In primo luogo, si tratta di un risultato che ha conferito alla propria coalizione, denominata “Lista della Ricostruzione e dello Sviluppo”, la maggioranza relativa dei seggi. In secondo luogo, i numeri ottenuti da Al Sudani sono stati quasi inattesi: arrivato alla guida dell’esecutivo dopo una lunga trattative post elettorale nel 2021, il premier uscente ha dimostrato adesso di godere di una propria forza politica. Ma il successo sopra richiamato, potrebbe non bastare: il fatto stesso che il suo partito, con una percentuale di poco al di sopra del 10%, sia quello più votato fa ben comprendere la profonda frammentazione interna anche al prossimo parlamento. Con il nuovo governo che uscirà solo dopo altri mesi di intense e delicate trattative.

Al Sudani, il paradosso di un premier diventato solo oggi un riferimento

Quattro anni fa a impelagare la politica irachena in un’estenuante trattativa sono state le divisioni interne al mondo sciita. Gli sciiti, come si sa, costituiscono in Iraq la maggioranza. Dopo la caduta per mano Usa del sunnita Saddam Hussein, nel 2003 si è avuto un sostanziale via libera alla loro presa di potere. Il tutto sfruttando un sistema da subito organizzato su base settaria. Il mondo sciita iracheno è ancora oggi profondamente diviso. Ci sono partiti sciiti che appaiono come l’espressione politica delle milizie paramilitari finanziate dall’Iran durante la guerra contro l’Isis. Altre formazioni invece che, al contrario, sostengono il primato dell’identità araba su quella sciita e professano quantomeno un’equidistanza dalla teocrazia di Teheran. E poi ci sono le figure sciite più popolari che da tempo incarnano il sentimento di malcontento popolare, come nel caso di Moqtad Al Sadr.

Elettrice irachena al voto

La sintesi tra le varie anime del mondo sciita, è stata espressa nel 2021 dalla convergenza su Al Sudani. All’epoca quasi sconosciuto e a capo di una piccola lista sciita moderata, a suo favore ha giocato l’immagine di personaggio in grado di tenere l’Iran a distanza di sicurezza. Oggi, con il suo partito che sarà rappresentato da 46 parlamentari, Al Sudani gode di luce propria. Il simbolo della sua lista è una gru e questo forse spiega, così come sottolineato da diversi analisti iracheni e non, il perché del suo successo: l’avvio di cantieri e l’assunzione di migliaia di impiegati nella pubblica amministrazione, gli ha conferito credito e popolarità. Il tutto in un contesto, come sostenuto dall’ex premier Al Jafari, dove nessun partito sembra essere immune dalla tentazione di alimentare clientele e promesse di lavoro in cambio di voti.

Che direzione prenderà Baghdad?

Per la prima volta dal 2003 in Iraq si è votato con un proporzionale applicato su base provinciale. Questo ha tagliato fuori gli indipendenti, ma al tempo stesso ha permesso di dare al Paese un quadro più dettagliato e chiaro a livello nazionale. Il successo della lista di Al Sudani è quindi stato reso più evidente, con la conquista della maggioranza in 8 regioni (compresa la capitale Baghdad) e con il primato a livello nazionale grazie al sopra citato 12% complessivo dei consensi. La vera incognita è adesso capire in che modo il premier uscente capitalizzerà questo successo. Se cioè riuscirà a imporsi quale successore di sé stesso oppure se, al contrario, le altre forze sciite faranno di tutto per ridimensionare le sue aspettative.

Circostanza quest’ultima da non sottovalutare. Al Maliki, ex premier e “grande vecchio” della politica sciita, ha dalla sua l’appoggio delle liste più vicine all’Iran e può rivendicare un 7% complessivo dei consensi da parte della coalizione denominata “Stato di diritto“. Senza i suoi 29 deputati, nessun aspirante premier potrà fare strada. Lo scontro tra Al Sudani e Al Maliki, potrebbe quindi far spuntare una terza persona ancora non individuata. Esattamente come accaduto, a favore di Al Sudani, quattro anni fa. Gli equilibri interni ai partiti sciiti, considerando che per consuetudine solo una figura sciita può aspirare al ruolo di premier, diranno molto della futura direzione dell’Iraq. Se cioè, tra un cantiere e un altro, Baghdad continuerà a ritagliarsi un equilibrio tra le pressioni di Teheran e di Washington. Oppure se, al contrario, il Paese virerà verso altre avventure politiche.

Per la cronaca, non sono da scartare le ambizioni dei partiti delle altre comunità irachene. Tra i sunniti, c’è da registrare il successo del Partito del Progresso del presidente del parlamento Mohamed Al-Halbousi: con i suoi 27 parlamentari, la formazione potrebbe dare una mano ad Al Sudani per ridimensionare le aspirazioni di Al Maliki. Tra i curdi, il Pdk della famiglia Barzani è riuscito a prendersi buona parte dei seggi della regione autonoma curda. Ed esprimerà, molto probabilmente, il futuro presidente della Repubblica. Il capo dello Stato infatti, seguendo la logica della divisione settaria del potere, deve essere curdo ma ha solo funzione cerimoniale.

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