Skip to content
Società

Come Nicola Pietrangeli ha inventato il tennis italiano

Se guardiamo adesso un match di tennis di 70 anni fa ci sembra un altro sport, sembrano quasi dei pallettari. Eppure il Principe della Racchetta (la madre apparteneva alla piccola nobilità russa) faceva proprio quello sport: con racchette lignee pesanti...

Se guardiamo adesso un match di tennis di 70 anni fa ci sembra un altro sport, sembrano quasi dei pallettari. Eppure il Principe della Racchetta (la madre apparteneva alla piccola nobilità russa) faceva proprio quello sport: con racchette lignee pesanti 400g, con corde in budello, un piatto piccolo e scarsa flessibilità.

Eppure Nicola Pietrangeli ha giocato il tennis con una eleganza fuori dal comune, una eleganza che raggiungeva la raffinatezza. Un fondocampista abile sottorete con un colpo di polso che in Italia non aveva eguali (forse Beppe Merlo) in Italia e nel mondo del tennis dilettantistico e professionistico (all’epoca erano due categorie parallele ma egualmente valenti). Si può dire che la storia del tennis italiano inizi con lui, nato nel 1933 a Tunisi da una famiglia italo-russo-francese, che imparò il tennis in un campo di prigionia in coppia col padre durante la seconda guerra mondiale, che apprese l’italiano dopo il secondo conflitto mondiale e che si dedicò al tennis solo dopo che la Lazio decise di cederlo alla Viterbese.

Protagonista assoluto della terra rossa tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 (all’epoca c’erano la terra e l’erba come superfici), fu il primo italiano a vincere il Roland Garros nel 1959 e l’unico a vincerlo 2 volte, bissando il successo l’anno successivo. Con un lauto premio di 150 dollari. Il suo regno sulla Terra Rossa si estese anche ai tornei di Montecarlo e Roma (1957 e 1961) e alla disciplina del doppio, dove insieme all’amico Orlando Sirola formò una delle coppie più forti e iconiche del tennis italiano. Unico cruccio? La Coppa Davis da giocatore: per lei rinunciò al professionismo (Kramer gli offrì 60000 dollari) ma non la vinse mai, malgrado le due finali del 1960 e 1961.

Il giornalista Lance Tingay, le cui classifiche venivano considerate come ufficiali, lo mise per tre anni al n. 3 nella sua annuale classifica sul Daily Telegraph. Il sogno riuscì a coronarlo nel 1976 da capitano non giocatore, quando condusse la battaglia quasi in solitaria per convincere la politica a consentire la trasferta nel Cile del dittatore Pinochet. Dopo il ritiro dal tennis visse come consulente imprenditoriale e maestro di tennis di Alberto di Monaco, con un tavolo sempre riservato alla Terrasse, il ristorante esclusivo che affaccia sul Campo Centrale. Amava la vita e lo sport era una parte divertente di essa, malgrado i 67 titoli in carriera.

Gli unici a lui superiori furono gli australiani ma con Rod Laver, Roy Emerson, Ken Rosewall e Len Hoad c’era poco da fare, anche per lui e Sirola. Avrebbe potuto essere forse superiore a tutti loro per talento, come disse Rosewall, ma come rispose lui “si sarebbe divertito molto meno”. E forse minore sarebbe stata anche la gioia data dalla sua raffinata, geniale (che passanti rischiosi di rovescio!) , sregolatezza. Oggi se ne è andato l’unico italiano nella Hall of Fame. L’uomo che si può legittimamente dire abbia regalato il tennis all’Italia.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.