A giudicare dalla valanga di libri, pamphlets, articoli di giornali e riviste, convegni accademici e post sulle reti sociali, trasmissioni radiofoniche e televisive, moniti di intellettuali e commentatori nei talk shows che ha investito l’opinione pubblica ormai da qualche anno, ma con crescente frequenza negli ultimi mesi, la nostra epoca sarebbe quella di un ritorno in grande stile sulla scena di uno degli ospiti più scomodi fra quelli che l’hanno frequentata in passato: il fascismo. Che questa volta, per evidenti costrizioni legislative e memoriali, sarebbe costretto a presentarsi non più con il suo volto consueto ma sotto mentite e svariate spoglie, tanto più insidiose quanto più adattate, con gli adeguati accorgimenti, alle mutate condizioni politiche, sociali e culturali.
Così, un “nuovo fascismo” si starebbe ormai affermando in gran parte dell’Occidente, a partire dagli Stati Uniti di Donald Trump e del suo MAGA e da tutti quei paesi in cui si sta registrando un’avanzata elettorale di partiti populisti e sovranisti, ma anche nella Russia di Putin e persino in Medio Oriente, dove c’è chi lo vede incarnarsi nell’Israele di Netanyahu e dei suoi ministri Ben-Gvir e Smotrich e chi invece in Hamas, in Hezbollah o più in generale nel fondamentalismo islamico (ma non manca chi giunge a sospettarne la presenza perfino in India o nelle Filippine).
Al cospetto di un così esteso accerchiamento sale quindi il coro delle lamentazioni e degli allarmi per il rischio di collasso delle democrazie liberali e la chiamata alle armi – perlopiù culturali e mediatiche, ma in taluni casi più concretamente convenzionali – per debellare l’idra dalle mille teste prima che sia troppo tardi. I richiami al potere salvifico dell’antifascismo si moltiplicano e già si affacciano le prime ipotesi di adozione di misure eccezionali per scongiurare il pericolo (in Romania e in Germania ne abbiamo già avuto un assaggio).

C’è indubbiamente qualcosa di déjà vu in questo scenario. Dal 1945 in poi, agitare lo spauracchio di una ricomparsa delle ombre nere o brune nei cieli della politica democratica è servito a più riprese a frenare l’ascesa nelle urne di formazioni sgradite e a legittimare, in funzione controffensiva come antifascisti “militanti”, i partiti comunisti e i gruppi dell’ultrasinistra. Lo scenario odierno, tuttavia, presenta alcune significative differenze. Non gratifica più della sgradita etichetta soltanto soggetti che in qualche misura rivendicano una filiazione dalle esperienze autoritarie o totalitarie del Novecento, come il Msi, la Npd tedesca o i numerosi e ininfluenti gruppuscoli di nostalgici che si ostinano a tenere in vita un anacronistico folclore fatto di divise, cori, saluti e gadgets settari, ma anche, e soprattutto, partiti e leaders solidamente radicati nei rispettivi sistemi politici e, in taluni casi, approdati a responsabilità di governo, perlopiù in contesti stabilmente democratici.
La chiave di comprensione di questo fenomeno risiede, come è evidente, nel significato distorto e strumentale che al termine fascismo viene attribuito da chi quotidianamente orchestra questo revival. Sottratta a qualsiasi riferimento al contesto storico che ne consentì e favorì la nascita, la parola è ridotta a sinonimo di un catalogo di aberrazioni – violenza sistematica, sopraffazione, intolleranza, discriminazione, intimidazione, arbitrio, repressione del dissenso, odio, disprezzo delle altrui opinioni – che ne fanno un semplice sinonimo del Male. O, per dirla con le versioni più intellettualizzate, da Umberto Eco a Michela Murgia ai vari imitatori stranieri, del Male assoluto, metafisico.
Dinanzi a una simile equazione, recitata come un mantra da tutti gli appartenenti alla folta tribù dell’intellighenzia progressista, a niente vale opporre obiezioni fondate su una lunga e corposa tradizione internazionale di studi storici che smentisce e polverizza questa caricatura, mostrando la multiforme complessità dei movimenti e dei regimi a cui l’aggettivo fascista è stato applicato “in tempo reale”, ovvero negli anni della loro effettiva esistenza. Per chi ha messo in atto e alimenta di giorno in giorno questa pantomima, i riscontri empirici non hanno alcuna rilevanza nei confronti delle declamazioni retoriche; gli slogans pesano più dei documenti, dei materiali di archivio e delle testimonianze coeve. La realtà pesa, in definitiva, infinitamente meno della sua ricostruzione immaginata a scopo di mobilitazione delle coscienze e degli umori.

A prescindere dall’efficacia immediata, che molti indizi – a cominciare dai positivi risultati che i bersagli presi di mira continuano a far registrare in gran parte delle occasioni in cui i cittadini sono chiamati a giudicarli – fanno ritenere piuttosto limitata, questa strategia punta a intensificare, per il tramite delle strutture educative e del loro corpo insegnante, un’opera di allevamento ideologico delle generazioni più giovani, il cui fine ultimo è il radicamento nella mentalità collettiva dei pregiudizi e degli stereotipi alla base delle credenze progressiste. Premessa indispensabile per un duraturo successo di queste ultime nel lungo periodo.
In uno scenario di questo tipo, sarebbe logico attendersi – soprattutto da chi annuncia propositi di lotta all’egemonia culturale della sinistra cristallizzatasi nei paesi occidentali da oltre mezzo secolo – una risposta all’altezza della sfida. Cioè un confronto sul piano dei dati di fatto e dei risultati delle ricerche scientifiche con chi si serve di contraffazioni e anacronismi per demonizzare gli avversari e inchiodarli a presunte radici nefande e velenose. Una riproposizione e valorizzazione di quell’ampia letteratura storiografica e politologica che, senza intenzioni rivalutative, e anzi nel quadro di un giudizio generalmente negativo ma non inquinato dal moralismo del senno di poi, ha dato del fascismo un’immagine autentica – partendo da De Felice, sì, ma allargando l’orizzonte ai suoi vari allievi e a Payne, a Linz, a Gregor, a Sternhell e ai molti altri autori che su questa linea di corretta ricostruzione dei fatti e delle idee hanno mosso i loro passi. E, nel contempo, una rigorosa analisi critica, scevra da amnesie, timidezze e convenienze, del rapporto della propria storia e della propria cultura politica con quel fenomeno. Mentre invece, nella stragrande maggioranza dei casi, da destra si è assistito soltanto ad un imbarazzato e scandalizzato rigetto delle accuse e degli accostamenti avanzati dagli avversari, ad una proclamazione di estraneità e ripulsa che di fatto avallava il giudizio che costoro pronunciavano. O, nelle rare occasioni in cui si è scelta un’altra strada (si veda, in Italia, il discusso post di Vannacci sulle “cose buone” – o comunque proceduralmente legittime – del regime mussoliniano), ci si è trovati di fronte a rivendicazioni in blocco pasticciate e apologetiche, facili da smontare.
Si potrebbe supporre che l’inadeguatezza di questi comportamenti sia dovuta solo ad una carenza di formazione culturale degli esponenti di queste forze politiche o alla volontà di far dimenticare pagine ritenute imbarazzanti del passato di taluni propri esponenti, e certamente entrambi questi fattori hanno un loro peso, ma a noi pare che sia nella scelta dell’a-fascismo, ovvero dell’infastidito rifiuto di ogni discussione sul tema dichiarandola anacronistica, in cui spicca la figura di Giorgia Meloni, sia in quella di un antifascismo simmetrico all’anticomunismo, che contraddistingue gran parte dei partiti sovranisti e/o populisti presenti in Europa, prevalga un altro motivo: un deciso allontanamento, o per meglio dire una liquidazione di fatto, delle rispettive identità originarie, finalizzata ad una piena integrazione nella logica dei sistemi politici liberali. Un atteggiamento che, in definitiva, segna la fine di una storia.

A separare nettamente queste formazioni dal fascismo, e a rendere privi di fondamento i ricorrenti accostamenti tra i due fenomeni proposti dai loro avversari (politici, giornalistici e accademici), sono – molto più delle dichiarazioni dei loro portavoce, solitamente accusati di doppiezza o mimetismo qualunque affermazione facciano – sono i dati di fatto.
I movimenti fascisti attivi nell’Europa fra le due guerre mondiali furono tutti, indiscriminatamente, avversari dichiarati del liberalismo, per il suo fondamento individualistico spinto fino alla richiesta di una drastica limitazione delle prerogative dello Stato, e spesso anche della democrazia, presa a bersaglio per i suoi presupposti egualitari e antigerarchici. I loro presunti eredi si muovono invece lungo una linea programmatica opposta: lodano l’economia di mercato e l’iniziativa individuale, proponendosi di eliminare quanto più possibile i vincoli che possano intralciarla, e si presentano come gli autentici interpreti dello spirito democratico, auspicando l’adozione di strumenti di espressione diretta della volontà popolare: referendum propositivi, leggi di iniziativa popolare, meccanismi di revoca dal basso dei rappresentanti “infedeli”. Si fa inoltre sempre più strada nelle loro file quella tentazione “libertaria” di cui è oggi simbolo il presidente argentino Milei. Ne emerge, di conseguenza, il completo abbandono di quella ricerca di una “terza via” economico-sociale, alternativa al binomio capitalismo-socialismo, che i fascisti – ma anche gli esponenti di varie altre correnti politiche e di pensiero eterodosse rispetto ai percorsi ideologici ottocenteschi – perseguirono, pur senza mai offrirne una concreta e convincente configurazione, lungo l’intero corso della loro esistenza. Al contrario, tutte quelle che oggi con una terminologia discutibile vengono definite “destre radicali populiste” vedono nel capitalismo l’unico orizzonte possibile e tutt’al più ne propongono ipotetiche e improbabili versioni autoctone depurate dalle intromissioni dei poteri finanziari transnazionali.
Un discorso analogo vale per la rinuncia a proporre un superamento, o quantomeno una sintesi, della destra e della sinistra, che del fascismo fu, come ha fatto notare soprattutto Zeev Sternhell, il vero marchio di fabbrica. In Italia, in Germania, in Romania e in numerosi altri paesi i movimenti fascisti nacquero e si svilupparono denunciando l’insufficienza delle politiche conservatrici e riformiste delle classi dirigenti, la loro sordità alle esigenze di ampi strati delle rispettive società, l’egoismo e la corruzione dell’intero ceto politico. E rifiutarono di piegarsi alla logica di stabili alleanze con partiti che erano espressione di quel “vecchio mondo” che combattevano, limitandosi a convergenze tattiche di breve periodo. Agli inizi di questo secolo, la progressiva simultanea ascesa di movimenti populisti in gran parte del Vecchio continente ha fatto supporre a più di un osservatore che, sia pure con tutte le ovvie differenze connesse ad un clima epocale completamente modificato, si fosse messa in motto una dinamica analoga. Ovvero, che la disaffezione diffusa verso le classi politiche professionali delle democrazie liberali, dimostratesi incapaci di mantenere le promesse fatte e in particolare di governare i gravi problemi connessi alla globalizzazione, stesse producendo una risposta trasversale alle insufficienze degli esecutivi sia di (centro)destra che di (centro)sinistra, questa volta non più mirata a rovesciare le istituzioni ma ad operarne una seria e profonda bonifica. Le numerose affermazioni dei leaders di quelle formazioni, spesso guidate da outsiders privi di un retroterra ideologico connotato, sull’obsolescenza dei vecchi spartiacque e sulla necessità di sostituirli con una nuova contrapposizione di fondo, tra “quelli che stanno in alto”, cioè le élites oligarchiche, e “quelli che stanno in basso”, i cittadini espropriati delle loro prerogative decisionali, sembravano andare in quella direzione. Ma non c’è voluto molto per vedere smentite quelle premesse.

I successi ottenuti nelle urne hanno infatti trasformato i vociferanti contestatori dell’establishment, esclusi dai giochi di potere, in aspiranti ad una piena integrazione nel sistema. Messa in soffitta una delle più citate frasi di Jean-Marie Le Pen (“preferisco perdere con le mie idee che vincere con le idee degli altri”), non appena la prospettiva di partecipare a coalizioni di governo si è trasformata da utopia in realtà, l’ansia di normalizzazione si è concretizzata in un deciso spostamento a destra, per concludere accordi, contratti e alleanze con partiti moderati. Motivata in primo luogo dalla comune avversione per le prese di posizione del fronte progressista sulla questione migratoria e, più in generale, sulle tematiche connesse alla political correctness, questa strategia – motivata agli occhi dei simpatizzanti dalla volontà di influire sull’agenda dei governi orientandola a proprio favore – si è in molte occasioni trasformata in una subalternità alle scelte degli alleati o in una logica di compromessi che ha vanificato le intenzioni iniziali e disinnescato ogni presunta velleità rivoluzionaria. E non solo: perché parallelamente ha messo in moto una dinamica che, grazie alla ambigua formula del “sovranismo”, sta trasformando i (post)populisti in conservatori.
Anche su questo punto, il distacco dal passato è radicale. Il fascismo, non solo in Italia, si avvalse di convergenze con gli ambienti politici, sociali e culturali conservatori per combattere con maggiore efficacia (e risorse) la minaccia della sinistra massimalista, comunista e anarchica, ma una volta giunto al potere se ne sbarazzò, inglobandone alcune istanze e fondendole con altre provenienti dalla tradizione socialista. Laddove questa operazione non gli riuscì, come in Spagna, in Romania, in Estonia, in Portogallo, dai conservatori fu sopraffatto, liquidato o emarginato – stante la fondamentale incompatibilità tra le mentalità che contraddistinguevano i due ambiti. Le destre odierne stanno ripercorrendo quel cammino a ritroso e in direzione inversa: incamerando molte suggestioni conservatrici, accelerano il processo di integrazione sistemica in un bipolarismo che riporta la dinamica liberaldemocratica, dopo alcuni decenni di scossoni, su binari di alternanza con le sinistre che non lascia più alcuno spazio alle vecchie correnti “sociali”.
La rotta così imboccata produce a sua volta un ulteriore drastico distacco dall’esperienza fascista. Laddove quest’ultima si era caratterizzata per la proiezione dell’ambizione a una “terza via” anche sul terreno delle relazioni internazionali, conducendo anche molto prima dello scoppio della guerra una vivace polemica simultanea contro il “bolscevismo” e le “plutocrazie” – Gran Bretagna e Stati Uniti d’America in testa –, che dopo il 1945 era proseguita, pur non senza contraddizioni e incertezze, nella denuncia neofascista del condominio bipolare Usa/Urss e l’invocazione di una Europa Nazione “terza” e neutrale, i suoi ipotetici eredi o continuatori si sono trasformati nei più accaniti paladini dell’Occidente e hanno, soprattutto dall’11 settembre 2001, preso le parti degli Stati Uniti in ogni circostanza, facendone il baluardo contro l’“invasione islamica” e oggi contro la “minaccia cinese”. E se ancora taluni di essi esprimono critiche contro l’Unione europea, non è perché essa ha rinunciato a coltivare serie ambizioni di autonomia dai voleri di Washington, ma perché non si allineerebbe a sufficienza alla linea dettata dalla Casa Bianca.
Il voltafaccia nei confronti della Russia, sino a pochi anni fa ammirata se non addirittura additata a modello per il suo attaccamento ai valori tradizionali e adesso ritornata a vestire i panni dell’Orso pronto a divorarsi un intero continente, il sostegno alle politiche omicide di Israele, in spregio di antiche campagne in difesa del diritto dei popoli all’autodeterminazione e il plauso verso la politica di Trump, confermano l’irrevocabilità di una scelta che recide ogni residuo legame con l’identità che gli avversari addebitano alle attuali destre. Anche se poco o nulla dicono su quella che sarà chiamata a sostituirla. Se si aggiunge che nessuna di queste formazioni indulge all’uso della violenza verso gli avversari, ciò che le collega alle vicende del passato è un tenue filo, fatto di culto della nazione e di una mentalità law and order che ricorda molto più la mistica dell’autodifesa d’oltreoceano che il soffocamento dello “sciopero legalitario” che fece da premessa alla Marcia su Roma. Una storia si è dunque definitivamente chiusa, senza lasciarne peraltro intravedere una nuova.
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