Il Parlamento francese scavalca il governo di Sebastien Lecornu e accelera sulla possibile nazionalizzazione dei siti transalpini di ArcelorMittal, il colosso di diritto lussemburghese e anima franco-indiano che opera nel settore della siderurgia e rappresenta il secondo maggior produttore globale di acciaio dietro la cinese Baowu con 58 milioni di tonnellate di acciaio prodotte nel 2024.
L’asse Mélenchon-Le Pen contro Lecornu su ArcelorMittal
Con il voto compatto del campo progressista e l’astensione benevola della destra del Rassemblement National di Marine Le Pen è stata approvata dall’Assemblea Nazionale una proposta della sinistra radicale de La France Insoumise, guidata da Jean-Luc Mélenchon, prospettante proprio la presa di controllo dei siti francesi del gruppo, ipotesi respinta al mittente dall’esecutivo ma che mira a rispondere alla crisi strutturale della siderurgia francese.
ArcelorMittal, partecipata al 40% dal miliardario indiano Lakshmi Mittal e dalla sua famiglia, nel 2024 ha fatturato 62,44 miliardi di dollari ottenendo un bilancio in utile (3,3 miliardi di profitti operativi, 1,3 miliardi di utili netti) ma a Parigi i legislatori temono che possa continuare una lunga fase di alti e bassi che l’ha contraddistinta. Del resto, la richiesta del Parlamento arriva in una fase di criticità della siderurgia europea, pressata dalla competizione internazionale.
Come nota l’emittente francese Rfi, “lo scorso anno la Cina ha prodotto 1 miliardo di tonnellate di acciaio, ovvero oltre la metà della produzione mondiale, rispetto ai 150 milioni dell’India e ai meno di 100 milioni di Giappone e Stati Uniti”, in un contesto in cui “l’Europa, al contrario, è molto indietro: la Germania ne produce 37 milioni di tonnellate, l’Italia 20 milioni, la Spagna 12 milioni e la Francia solo 11 milioni”, in altalena negli ultimi anni.
La sfida dell’acciaio francese
ArcelorMittal, in Italia già socia di Invitalia nell’ex Ilva di Taranto con cui ha costituito la joint venture Acciaierie d’Italia oggi in amministrazione straordinaria, in Francia mantiene 7mila posti di lavoro (di recente ha annunciato che ne taglierà 270 in un processo di riduzione dei costi) e controlla 7 impianti nel Nord dell’Esagono, il principale dei quali a Dunkerque.
La sinistra transalpina, col sostegno decisivo dei francesi, ravviva un principio storico del nazionalismo economico francese, che del resto il presidente Emmanuel Macron non ha mai mancato di applicare in passato per difendere la prerogativa operativa di importanti attori, ad esempio nel 2017 condizionando la scalata di Fincantieri ai cantieri navali di Saint Nazaire e nel 2022 spingendo per la completa nazionalizzazione della multiutility Electricité de France (Edf). Ora, il voto del Parlamento non è però condiviso dal governo di minoranza di Lecornu,
Secondo il ministro dell’Industria, Sébastien Martin, la legge “indebolirebbe l’occupazione invece di proteggerla” e la vera battaglia si gioca in Europa, dove si lavora al piano di innalzamento delle tariffe per l’acciaio proveniente dall’esterno del blocco al 50% e si aspetta l’entrata in vigore delle barriere tariffarie del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) che farà pagare agli importatori il prezzo del dumping ambientali di prodotti di vari settori.
Lo Stato torna in campo
Quest’ultima parte è indubbiamente realistica, ma è pur vero che il ritorno in campo degli Stati con investimenti strategici e proiezioni dirette nell’economia non poteva non condizionare anche l’azione francese, legata a un sistema-Paese storicamente propenso a una postura di tal foggia.
Il valore degli asset francesi di ArcelorMittal è stimato in 3 miliardi di euro, ma in ballo c’è molto di più: la possibilità che la Francia viri verso un sistema più dirigista e autoreferenziale, giocando da sé, fuori dalle norme europee su aiuti di Stato e concentrazioni comunitarie. E al contempo, le prospettive future dell’ex Ilva, dove i lunghi anni di legame con ArcelorMittal possono essere retrospettivamente letti come una storia continua di occasioni perse e ridimensionamento industriale. Ne parlavamo già nel 2019 in riferimento alla crisi del polo tarantino e delle prospettive critiche dell’acciaio europeo, che non hanno tardato a materializzarsi.
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