Nelle ultime settimane il Myanmar ha fatto parlare di sé per tre ragioni. La prima riguarda la guerra civile che dal 2021 continua a devastare il Paese: le forze governative stanno strappando al controllo dei ribelli svariate città e autostrade strategiche.
La seconda notizia viene dagli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha annunciato che interromperà presto lo status legale temporaneo per i cittadini birmani negli Usa. Cosa significa? Semplice: citando le elezioni pianificate per la fine di dicembre dalla giunta militare come segnale di miglioramento, il governo statunitense ritiene che queste persone possono tranquillamente tornare in sicurezza nella loro terra di origine.
Arriviamo così al terzo punto: l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per il fatto che il governo birmano stia esercitando pressioni sulla popolazione affinché partecipi al voto. Il timore è che la giunta guidata dal generale Min Aung Hlaing possa schedare gli oppositori usando strumenti di sorveglianza dotati di intelligenza artificiale.
In attesa di capire cosa accadrà sul fronte politico, ci sono almeno tre grandi potenze che hanno dirottato i loro sforzi diplomatici nel Grande Gioco birmano: Stati Uniti, India e Cina.

Obiettivo Myanmar (per le Terre Rare)
Il minimo comune denominatore degli interventi diplomatici in Myanmar di Usa, Cina e India coincide con le Terre Rare che abbondano nel sottosuolo del Paese falcidiato dalla guerra civile.
Per quanto riguarda Pechino, nonostante possa vantare il ruolo di principale produttore mondiale di questi prodotti strategici, il gigante asiatico continua a importare dall’estero le materie prime contenenti i metalli tanto ambiti. Nel 2024, per esempio, il Myanmar ha rappresentato circa il 57% delle importazioni totali di Terre Tare della Cina. Secondo i dati della dogana cinese, le loro esportazioni sono aumentate nel 2018, per poi raggiungere un picco di quasi 42.000 tonnellate prima del 2023 e calare di nuovo.
Le Terre Rare estratte dai minatori in Myanmar vengono ovviamente spedite oltre la Muraglia principalmente sotto forma di “ossidi di terre rare” per ricevere lì ulteriori lavorazioni e raffinazioni; in cambio, va da sé, di denaro, armamenti o sostegno diplomatico.
Nel 2024, un report dell’ong Global Witness sosteneva che il Dragone avesse di fatto esternalizzato gran parte della sua estrazione di Terre Rare in Myanmar “a un costo terribile per l’ambiente e le comunità locali” (critiche sempre rispedite ai mittenti dalla Cina).

Lo zampino di Usa e India
Il Myanmar è silenziosamente diventato il terzo produttore mondiale di Terre Rare, dopo Cina e Stati Uniti, con una produzione totale stimata nel 2024 intorno alle 31.000 tonnellate.
Attenzione alla geografia: come spiega il Pacific Forum, l’epicentro della loro estrazione si trova nello Stato di Kachin, nel nord del Myanmar, ossia una regione segnata da una guerra prolungata e sempre più coinvolta nella competizione tra grandi potenze.
Della strategia della Cina abbiamo detto. Gli Usa, invece, stanno valutando due opzioni per mettere le mani sui preziosi materiali birmani: raggiungere un accordo con la giunta o aggirare il governo e negoziare direttamente con l’Esercito per l’Indipendenza Kachin (KIA), che controlla la maggior parte delle aree minerarie. L’attività mineraria è infatti concentrata a Chipwi e Pangwa, con attività minori a Nhkawng Pa, vicino al confine cinese. E ancora: il governo birmano non controlla le più importanti zone minerarie del Kachin, né i terreni circostanti necessari per garantire la sicurezza delle vie di trasporto, che sono invece nelle mani di gruppi ribelli.
Non a caso l’India, l’altro attore interessato alla faccenda, ha incaricato sia le sue aziende statali che quelle private a considerare opzioni di approvvigionamento diretto dal KIA. Allo stesso tempo Delhi intende però mantenere i colloqui con l’esercito del Myanmar, visto che l’accesso globale a qualsiasi infrastruttura o fornitura commerciale di grandi volumi di Terre Rare richiederebbe il transito attraverso regioni governate dalla giunta.
Il Grande Gioco birmano è nelle mani cinesi. Ma Trump e l’India sono lì con il fiato sul collo di Pechino, pronti a rientrare in partita.

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