“Il cessate il fuoco [a Gaza] rischia di creare la pericolosa illusione che la vita nella Striscia di Gaza stia tornando alla normalità. Ma, sebbene le autorità e le forze armate di Israele abbiano ridotto la portata degli attacchi e consentito l’ingresso di una limitata quantità di aiuti umanitari, il mondo non deve lasciarsi ingannare: il genocidio non è finito”. Così Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“A oggi”, ha aggiunto, “non c’è nessun segnale che Israele stia prendendo provvedimenti reali per invertire l’impatto mortale dei suoi crimini e non c’è nessuna prova di un cambiamento delle sue intenzioni. Le autorità israeliane stanno continuando a portare avanti le loro spietate politiche, restringendo l’accesso agli aiuti umanitari e ai servizi essenziali e imponendo deliberatamente condizioni di vita intese a distruggere fisicamente la popolazione palestinese”.
Dichiarazioni riportate in un comunicato di Amnesty nel quale si legge: “Pur in presenza di alcuni miglioramenti più che modesti, Israele continua a limitare di molto l’ingresso delle forniture e il ripristino di servizi essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile, ad esempio vietando l’ingresso di attrezzature e materiali che servono a riparare infrastrutture necessarie per la vita umana e per rimuovere ordigni inesplosi, macerie contaminate e rifiuti, causando rischi potenzialmente irreversibili per la salute pubblica e per l’ambiente”.
“I palestinesi restano bloccati in meno della metà del territorio della Striscia di Gaza, nelle aree che hanno meno possibilità di sostenere la vita umana”, ha proseguito la Callamard, “mentre gli aiuti umanitari sono ancora molto limitati. Ancora oggi, nonostante i ripetuti moniti di organismi internazionali, tre serie di ordini giuridicamente vincolanti della Corte internazionale di giustizia, due pareri consultivi della medesima Corte e gli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani in quanto potenza occupante e soggetto coinvolto in un conflitto armato, Israele continua deliberatamente a non fornire né a consentire la fornitura di quanto necessario alla popolazione civile della Striscia di Gaza”.
E ha concluso: “Il cessate il fuoco non deve diventare una cortina fumogena dietro la quale Israele continua a portare avanti il genocidio. La costante condotta israeliana, che comprende il diniego deliberato e illegale di aiuti salvavita ai palestinesi, molti dei quali feriti, malnutriti e a rischio di contrarre gravi malattie, continua a minacciare la loro sopravvivenza. La comunità internazionale non può permettersi di essere compiacente: gli Stati devono tenere alta la pressione su Israele affinché consenta il pieno accesso agli aiuti umanitari, annulli il blocco illegale e ponga fine al genocidio in corso. Le aziende devono immediatamente sospendere ogni operazione che contribuisca o sia direttamente collegata al genocidio”, ha concluso la Callamard.
Nel frattempo, l’IDF e i coloni continuano a imperversare altrove, perseverando nell’espansionismo pregresso. Ieri i bombardamenti massivi contro il Libano e l’attacco contro la Siria, che si aggiungono alle diuturne aggressioni contro la Cisgiordania (intensificate dopo il cosiddetto cessate il fuoco di Gaza), che negli ultimi giorni registra attacchi massivi ai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, che hanno provocato la fuga in massa di oltre 30mila residenti.
Ciò avviene mentre, in parallelo, la Commissione per gli Affari esteri e la Difesa di Israele hanno redatto un disegno di legge che renderebbe più facile per gli ebrei acquistare terreni in Cisgiordania, proposta ora al vaglio del parlamento.
Di ieri, appunto l’attacco alla Siria meridionale, che ha fatto strame di dieci vite, tra cui donne e bambini. Nell’attacco sono rimasti feriti, anche in modo grave, sei soldati, vulnus che probabilmente porterà Israele a incrementare le operazioni militari contro lo Stato confinante, aggredito senza nessuna provocazione, anzi con il presidente del post Assad che aveva espresso pubblicamente la propria volontà di un appeasement con il bellicoso vicino.

E di ieri anche l’attacco al Libano, il più massivo dal cessate il fuoco siglato esattamente un anno prima e che Israele ha violato circa 10mila volte, come denunciato dall’Unifil, la missione Onu che in teoria dovrebbe vigilare sulla tregua. Un bizzarro modo di celebrare l’anniversario.
A ciò va aggiunta, a margine, una considerazione: di fatto l’attacco di ieri appare anche un monito indiretto a papa Leone XIV che si appresta ad approdare nel Paese dei cedri dopo aver visitato la Turchia in occasione dei 1700 anni dall’adozione del Credo da parte della Chiesa nel Concilio di Nicea. Il primo viaggio del Papa dalla sua elezione.
Forse può apparire azzardato accennare alla possibilità che l’attacco abbia tale scopo, ma non c’è altro modo per spiegare l’irragionevole escalation alla vigilia della visita del Papa, avvenimento che, al contrario, avrebbe dovuto indurre Tel Aviv a trattenere le pistole nelle fondine.
Il punto è che la visita deve aver irritato non poco Israele, perché, mentre la tappa turca era motivata dalla ricorrenza nicena – che ricollega Leone XIV direttamente a Benedetto XVI, il quale indisse l’Anno delle Fede che nel Credo ha il suo Simbolo – quella in Libano non ha altro scopo se non quello di portare un messaggio di speranza e di pace in una regione così flagellata dalla guerra.
Una pace altra da quella immaginata da Israele, che la pretende per sé negandola ai propri vicini a suon di bombe. Di fatto, a essere bombardato non è stato solo il Libano, ma anche, in modalità simbolica appunto, il messaggio di pace inscritto nella visita papale.
D’altronde, la stessa parola “pace” è ormai considerata con ostilità dal partito della guerra globale, che vede Israele accompagnarsi ai neocon-liberal Usa e ai “volenterosi” europei, ambiti consegnati al Credo delle guerre infinite dove tale parola è bandita per essere sostituita dalla parola “sicurezza”, che attualmente vede declinazioni alquanto inquietanti.


