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Chi ha “tradito” Steve Witkoff e messo in moto il processo politico che ha riaperto una faglia sulla discussione del piano di pace per l’Ucraina negoziato dall’amministrazione Usa di Donald Trump? Le ipotesi si sprecano. L’idea che un sistema politico trasversale agli apparati Usa mal digerisca l’attivismo dell’inviato speciale di Washington per il Medio Oriente, diventato ambasciatore personale di Trump sulla diplomazia informale, è emersa da più discussioni e ha lasciato intendere che dietro il leak della telefonata con Jurij Viktorovič Usakov, consigliere di Vladimir Putin, che fa discutere Washington ci possa essere una mano terza.

Due fonti diverse, un’ipotesi: la mano di Londra

Dopo l’approfondita analisi di Roberto Vivaldelli su queste colonne, oggi segnaliamo una sostanziale convergenza tra fonti che più agli antipodi non potrebbero essere su un dato securitario non secondario: la possibile azione non solo di una mano interna agli apparati federali ma anche di un sistema d’intelligence straniero capace di accedere alle comunicazioni americane.

Parliamo da un lato di Andrew Korybko, giornalista e politologo americano basato a Mosca, possessore di un dottorato di ricerca conseguito presso l’Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali (Migmo) e dall’altro di Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera specializzato in questioni economiche e di esteri. Entrambi hanno di recente segnalato che, tra chi potrebbe aver le tecnologie e i sistemi necessari a intercettare una telefonata d’alto livello come quella Witkoff-Ushakov, ci sarebbe un’intelligence molto vicina a quella Usa: i servizi segreti del Regno Unito.

L’analisi di Korybko e Fubini

Per Korybko, che ha parlato in un video sul suo profilo X, la mano britannica è il principale sospetto e l’analista ha citato il possibile intento sabotatore di Londra verso il processo di pace, facendo riferimento anche a un ruolo del Regno Unito nel precedente Russiagate contro il Regno Unito.

Fubini, con più cautela, ieri ha segnalato che “alcuni Paesi europei — Francia e Gran Bretagna in primo luogo — potrebbero avere le risorse per un’operazione di spionaggio tanto sofisticata”, indicando anche Parigi al fianco di Londra, e pur aggiungendo che le due potenze “finora non hanno dimostrato l’autonomia strategica sufficiente a sferrare un attacco così duro a uno stretto alleato del presidente degli Stati Uniti” lascia aperta l’ipotesi, che dall’autorevole testata di Via Solferino acquisisce peso specifico notevole.

Del resto, Fubini parla in un’interessante analisi in cui inoltre sottolinea che “la comunità dell’intelligence degli stessi Stati Uniti aveva i mezzi per mettere a segno quelle intercettazioni” e che “sembra chiaro che l’apparato di politica estera americano e il suo deep state non apprezzino il ruolo di un businessman privato, informale e poco trasparente come Witkoff nel rapporto con la Russia”.

La frattura transatlantica

Dal nostro punto di vista, sottolineiamo che in più ambienti la questione del leak Witkoff ha suscitato comprensibili interrogativi circa le prospettive future della trattativa sull’Ucraina, del potere statunitense e della faglia interna agli apparati securitari. Chiaramente l’ipotesi di un inserimento di Stati alleati nel processo di pace sull’Ucraina, che vede diverse prese di posizione tra Europa e Usa in merito alle garanzie di sicurezza di Kiev, non può essere scartata a priori, ma una sua conferma imporrebbe un onere probatorio pesante e avrebbe risvolti sistemici.

Da un lato, va detto che l’America ha spiato, interferito e mosso pedine tramite i suoi apparati sistemici nel cuore dei Paesi alleati per decenni e che dunque non dovrebbe stupire se i partner di Washington cercassero di fare, nel limite del possibile, altrettanto.

Dal nostro osservatorio, riteniamo che più che la pista francese sarebbe interessante capire se, soprattutto, Londra abbia o meno i mezzi e, soprattutto, la volontà politica per una mossa del genere.

I mezzi, soprattutto di Signal Intelligence, non mancano; la presenza della rete Five Eyes con le spie dell’Anglosfera garantisce entrature negli States e nel confinante Canada; negli ultimi tempi, inoltre, i rapporti tra il Secret Intelligence Service (SIS/MI6) e le spie americane sono stati condizionati dalla campagna americana di attacchi alle navi di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi ritenuti illegali dall’Onu e che hanno spinto allo stop di alcune condivisioni d’informazione; diversi altri fronti, dal Signalgate di marzo al rallentamento dell’intelligence sharing sulla guerra russo-ucraina con gli alleati Five Eyes deciso dalla Director of National Intelligence Usa, Tulsi Gabbard ad agosto, hanno ampliato la faglia.

Questo basta a creare il contesto politico per ipotizzare un “colpaccio” britannico a Washington? Non è detto a priori, ma i segnali di una crescente tensione ci sono e lo strappo americano sull’Ucraina per molte cancellerie europee può essere apparso uno schiaffo duro da incassare. Ed è quantomeno importante dar voce a un’ipotesi che suscita l’attenzione di esperti di visione diversa, che è di per sé una notizia.

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