Un sogno antico che diventa geopolitica contemporanea: l’Egitto insegue da decenni l’idea di una centrale nucleare. Da Nasser a oggi, ogni tentativo si era infranto contro crisi economiche, instabilità politica o pressioni internazionali. Con El-Dabaa quel sogno prende forma, ma lo fa in un contesto molto diverso: il Paese è diventato un nodo energetico regionale, l’Africa è al centro di una nuova competizione globale e la Russia usa l’atomo civile come leva strategica per consolidare alleanze e influenze.
Le immagini satellitari che documentano l’avanzamento dei lavori e l’installazione del primo recipiente a pressione mostrano che il progetto non è più un’aspirazione: è un’infrastruttura concreta, con tempi, tecnologie e una rete di interessi che va ben oltre i confini egiziani.
Cosa c’è in gioco per Il Cairo
Per l’Egitto, El-Dabaa è molto più di un impianto energetico. È un modo per affrontare tre vulnerabilità che negli ultimi anni sono diventate ingovernabili.
Primo: l’esplosione della domanda, che ha causato blackout diffusi. Un Paese da 110 milioni di abitanti non può permettersi una rete elettrica instabile.
Secondo: il calo della produzione di gas, un settore che aveva sostenuto per anni l’economia ma che oggi fatica a coprire il fabbisogno interno.
Terzo: la necessità di proiettare un’immagine di stabilità e modernizzazione in un contesto regionale turbolento.
Al-Sisi ha bisogno di mostrare un successo industriale, qualcosa che dimostri che la Vision 2030 non è solo un esercizio retorico. Il nucleare, con i suoi simboli di potenza e autonomia, risponde perfettamente a questa narrativa.
L’ombra lunga della Russia
Mosca non costruisce solo un impianto: costruisce influenza. L’accordo del 2015, accompagnato da un prestito miliardario, lega l’Egitto alla tecnologia, alla fornitura di combustibile e alla gestione dei rifiuti provenienti dai reattori VVER-1200. È un modello già applicato altrove: dalla Turchia all’Ungheria, la strategia di Rosatom è trasformare il nucleare civile in un rapporto di lunga durata, quasi simbiotico. In un momento in cui la Russia è isolata sul piano occidentale, il successo del “progetto africano” diventa una dimostrazione di vitalità geopolitica. El-Dabaa è, a suo modo, una vetrina: tecnologia moderna, reattori di terza generazione, accordi di fornitura firmati nonostante le pressioni internazionali.
Una corsa regionale che cambia gli equilibri
Il Medio Oriente assiste a un nuovo protagonismo nucleare: Arabia Saudita e Stati Uniti hanno appena siglato un’intesa che apre a una cooperazione strategica sul nucleare civile. Gli Emirati già producono energia con i reattori coreani della centrale di Barakah. L’Iran, dal canto suo, continua ad arricchire uranio e a negoziare sul dossier atomico. In questo contesto, l’Egitto non vuole restare indietro. Avere un proprio impianto significa pesare di più nei forum energetici regionali, attirare investimenti e dotarsi di una leva negoziale finora assente.
Quando l’energia diventa strategia di potenza
La portata del progetto è enorme: 4.800 megawatt di capacità installata, un tempo di completamento stimato in dodici anni, un costo vicino ai 20 miliardi di dollari. Ma la vera cifra è politica. Il Cairo mostra di poter diversificare i propri partner, non dipendere esclusivamente dagli aiuti del Golfo e non cedere all’idea che il nucleare sia appannaggio esclusivo delle grandi potenze.
L’accordo con la Russia, e ora i progressi visibili, segnalano che l’Egitto vuole sedersi al tavolo della nuova geoeconomia energetica globale con un ruolo paragonabile a quello delle medie potenze emergenti.
Gli interrogativi aperti
Resta però un nodo cruciale: l’Egitto sta costruendo un’infrastruttura strategicamente fragile. Dipende da un partner internazionale sotto sanzioni, da finanziamenti onerosi e da un contesto politico interno che potrebbe complicare la gestione a lungo termine. Inoltre, la scelta nucleare richiede stabilità, istituzioni robuste e una capacità industriale affidabile. Tre fattori che, nel Nord Africa del 2025, non possono essere dati per scontati.
Il messaggio geopolitico
El-Dabaa è la prova che il Mediterraneo non è più solo un mare di transito, ma un laboratorio energetico, dove Russia, Stati Uniti, Cina e potenze regionali sperimentano nuovi equilibri. L’Egitto ha scelto di entrare in questo gioco con una mossa che parla al futuro, ma che porta con sé tutti i rischi di un Paese che vuole crescere più in fretta della sua stessa stabilità. La centrale sarà anche un’opera ingegneristica. Ma è già, prima di tutto, un messaggio politico.

