Sinisa Karan conquista la presidenza della Repubblica Srpska con un margine risicato, ma sufficiente a garantire continuità al progetto politico di Milorad Dodik. Una vittoria costruita su un’affluenza bassissima e su un clima politico lacerato, che conferma come la RS resti saldamente nelle mani dell’élite che da anni spinge per l’autonomia crescente e, in alcuni momenti, per l’uscita de facto dalla Bosnia-Erzegovina. Karan è un fedelissimo e lo rivendica apertamente: le politiche del leader separatista non cambieranno, anzi si rafforzeranno, proprio mentre Dodik è formalmente escluso dalla vita politica per aver sfidato la Corte costituzionale e l’ordine dell’inviato internazionale.
Il peso della sconfitta giudiziaria
La rimozione di Dodik, seguita dal suo tentativo di nominare un sostituto di totale fiducia, aveva aperto una delle crisi più profonde dalla fine della guerra. Il successivo ritiro delle leggi separatiste e la revoca delle sanzioni americane sembravano indicare un tentativo di de-escalation. In realtà il voto anticipato della RS, dominato dal suo entourage, mostra come la struttura politica creata negli anni da Dodik sia talmente radicata da resistere a interventi giudiziari, diplomatici e perfino alla pressione occidentale. Il mandato ridotto, meno di un anno, serve solo a prendere tempo in vista delle generali del prossimo ottobre.
Il trentesimo anniversario di Dayton arriva come uno specchio crudele: l’accordo ha fermato la guerra, ma non ha costruito uno Stato capace di trattenere la sua popolazione. Le divisioni etniche restano la struttura portante del sistema politico e amministrativo. Il governo centrale è poco più che simbolico. La Bosnia è riuscita a evitare un nuovo conflitto, ma ha pagato il prezzo della stagnazione: corruzione diffusa, burocrazia lenta, sviluppo frenato da veti incrociati. Migliaia di giovani continuano a partire verso l’Unione Europea, specialmente fra i croati bosniaci che accedono facilmente al passaporto croato. Lo spopolamento è il vero terremoto silenzioso del Paese.
Il nodo di Dayton e l’illusione della stabilità
Dayton fu un accordo necessario, non un progetto di futuro. La divisione in due entità autonome e la presidenza tripartita hanno congelato i rapporti di forza del dopoguerra, impedendo che la violenza riprendesse, ma senza risolvere il problema di fondo: creare un’identità politica condivisa. Oggi molti esperti considerano il modello ormai logoro. Le istituzioni si reggono sulla presenza costante della missione europea e sull’autorità dell’alto rappresentante internazionale. Senza queste reti di sicurezza, le spinte centrifughe tornerebbero a prevalere.
La Bosnia resta vulnerabile alle influenze regionali: la Serbia guarda alla RS come a un’estensione naturale della sua sfera politica; la Croazia continua a seguire con attenzione tutto ciò che riguarda la propria minoranza; l’Unione Europea valuta l’adesione bosniaca come un’ipotesi a lungo termine, possibile solo se il Paese supera la paralisi istituzionale. Per Mosca, invece, la crisi bosniaca è un’opportunità per disturbare l’assetto europeo: Dodik ha mantenuto per anni un rapporto privilegiato con il Cremlino, trasformando la RS in uno dei punti sensibili del confronto Est-Ovest nei Balcani.
Un’elezione che non risolve nulla
Karan vince, ma la RS resta sospesa tra la retorica sovranista e la dipendenza da fondi pubblici e aiuti esterni. La Bosnia-Erzegovina continua a essere un Paese formalmente in pace ma sostanzialmente immobile, vulnerabile allo spopolamento, alle crisi politiche cicliche e all’uso dell’etnicità come strumento di potere.
Il voto anticipato non indica una direzione: conferma che la RS si muove lungo un binario costruito da Dodik, mentre il resto della Bosnia fatica a trovare una rotta comune. È la fotografia di un Paese che sopravvive, ma non riesce a trasformarsi.

