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Spionaggio

Il caso Khaled al-Halabi: spie, crimini di guerra e diplomazie ombra nella lunga coda del conflitto siriano

La parabola di Khaled al-Halabi, oggi imputato in Austria per torture e violenze commesse a Raqqa tra il 2011 e il 2013, è una delle storie più rivelatrici della guerra siriana. Racconta non solo la brutalità del regime, ma anche...

La parabola di Khaled al-Halabi, oggi imputato in Austria per torture e violenze commesse a Raqqa tra il 2011 e il 2013, è una delle storie più rivelatrici della guerra siriana. Racconta non solo la brutalità del regime, ma anche il modo in cui apparati d’intelligence rivali hanno manipolato, protetto e spostato un uomo che incarnava allo stesso tempo il carnefice, la risorsa, il traditore e lo strumento di negoziati sotterranei. Una vicenda che mette a nudo le zone grigie della geopolitica, dove la giustizia arriva sempre in ritardo rispetto alle esigenze strategiche degli Stati.

Dal direttorato di Raqqa alle stanze della tortura. La macchina della repressione prima della fuga

Brigadiere druso, classe 1963, Halabi era a capo della Branch 335 dell’intelligence generale siriana. Durante i primi anni della rivolta, la sua struttura divenne uno dei cardini della repressione: detenzioni arbitrarie, percosse, scosse elettriche, minacce di stupro, ordini di aprire il fuoco sui raduni. Documenti della Commission for International Justice and Accountability ricostruiscono il suo ruolo con precisione. Halabi sapeva, autorizzava, assisteva. In alcuni casi tentò di presentarsi come “moderato”, ma gli atti prodotti dagli investigatori lo collocano al centro del dispositivo repressivo del regime.

Quando l’opposizione armata avanzò su Raqqa nel febbraio 2013, Halabi consegnò chiavi di uffici e dossier, permise l’ingresso dei ribelli e poi fuggì verso la Turchia e la Giordania grazie a intermediari drusi legati a Walid Joumblatt. La sua storia di “defezione” iniziò così: non per scelta morale, ma per sopravvivenza.

La doppia vita dell’agente segreto. Il mosaico di intelligence che lo ha protetto per anni

Halabi era già allora un uomo con più padroni. Durante la permanenza nei servizi siriani aveva probabilmente fornito informazioni agli israeliani dell’Unità 504, soprattutto su attività iraniane e di Hezbollah. In seguito avrebbe parlato anche con francesi, giordani, turchi e americani. A Parigi, nel 2014, lo debriefing della DGSE mostrò sin da subito dubbi sulla sua rottura con Damasco, ma il suo valore come fonte su jihadisti e reti regionali superò le perplessità etiche.

Nel 2015 il Mossad organizzò la sua exfiltrazione dalla Francia, trasferendolo in Austria nell’operazione “White Milk”. Vienna, tramite il servizio BVT, gli concesse asilo e sostegno economico. Era un asset, una pedina utile in un Medio Oriente dominato dall’ombra dello Stato Islamico e dall’avanzata iraniana. Per tre anni Halabi visse tra Parigi e Vienna, protetto e nascosto, sfiorando varie agenzie occidentali. I suoi legami con la CIA, la MIT turca e altri attori completarono un quadro in cui un torturatore divenne un passaggio obbligato nelle logiche dello spionaggio multilaterale.

La caduta. Il processo che rompe un decennio di impunità

Tutto è cambiato tra il 2018 e il 2024. Halabi scomparve dall’Austria, probabilmente protetto da reti clandestine, ma fu rintracciato grazie a un’immagine pubblicata sui social da un ponte di Budapest. Un dettaglio banale che incrinò un sistema di protezioni costruito in anni di relazioni opache.

Il 12 novembre 2025, la procura austriaca ha formalizzato le accuse: tortura, violenze gravi, coercizione sessuale. Sono stati identificati 21 sopravvissuti, molti dei quali portano ancora oggi segni fisici e psicologici. Halabi è in custodia dal dicembre 2024. È il più alto ufficiale del regime siriano mai processato in Europa.

Il caso è esploso anche per un altro motivo: nel 2023, cinque funzionari austriaci sono stati giudicati per avere abusato del proprio ruolo nel facilitare l’asilo di Halabi, prova che intelligence e ministeri avevano protetto un uomo ricercato per crimini internazionali. La giustizia arrivava tardi, e solo grazie alla pressione di ONG, inquirenti indipendenti e associazioni come CIJA.

Geopolitica delle ombre. Quando la ragion di Stato pesa più della giustizia

La storia di Halabi mostra la dimensione ambivalente della guerra siriana. Gli Stati che oggi proclamano l’impegno contro l’impunità sono gli stessi che, ieri, hanno comprato informazioni da uomini responsabili di repressione e torture. La cooperazione tra Mossad, DGSE, CIA, MIT e servizi giordani nella gestione di Halabi non è un’anomalia: è la norma di una geopolitica in cui l’utilità immediata supera ogni considerazione morale.

L’Europa, che oggi processa Halabi, è la stessa Europa che per anni ha chiuso gli occhi per ragioni operative. L’Austria, che ora lo detiene, è la stessa che gli aveva concesso protezione su richiesta di Israele. La Francia, che punta il dito contro gli abusi siriani, è la stessa che ha negoziato con lui informazioni su foreign fighters. Tutto avviene in un intreccio di interessi, cecità strategiche e compromessi diplomatici.

Un processo che interroga l’Europa più della Siria

Il processo a Khaled al-Halabi non riguarda soltanto le vittime siriane. È uno specchio che riflette il modo in cui le democrazie gestiscono i loro rapporti con la violenza altrui quando serve ai propri scopi. Interroga la logica delle intelligence occidentali, la loro capacità di imporre o aggirare la legge, e la fragilità dei sistemi d’asilo quando entrano in gioco pressioni e scambi segreti.

Non è solo la storia di un torturatore protetto. È il ritratto di un continente che, di fronte alla guerra siriana, ha spesso scelto la sicurezza contro la giustizia. Ora, per la prima volta, potrebbe dover rispondere della sua complicità indiretta

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