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Politica

I 28 punti di Trump: una “lista dei desideri” di Mosca o una prova di forza di Washington?

I 28 punti di Trump una "lista dei desideri" di Mosca o una prova di forza Usa? Giallo sulle parole di Rubio.
ucraina

Il Segretario di Stato Usa Marco Rubio è stato attaccato dal Partito Democratico americano dopo che il senatore del Maine Angus King, indipendente che fa caucus con il partito dell’asinello, ha dichiarato di aver parlato con il capo della diplomazia statunitense che gli avrebbe confidato come il piano in 28 punti proposto da Donald Trump per porre fine al conflitto in Ucraina  “non era il piano dell’amministrazione”, ma una “lista dei desideri dei russi“.

Rubio ha smentito le parole di King, che lo ha dichiarato all’Halifax International Security Forum in Canada. Anche la senatrice democratica Jeanne Shaheen ha affermato di aver discusso del tema con Rubio, il cui portavoce Tommy Pigott ha definito “palesemente falso” quanto emerso.

Al netto delle prese di posizione dei singoli politici e dell’accusa di King a Rubio, è bene sottolineare che i 28 punti di Trump, ad oggi, hanno sicuramente un onere decisamente pesante per l’Ucraina in termini di riconoscimento della perdita di diversi territori e di rinuncia all’ingresso nella Nato ma al contempo contengono diverse potenziali prescrizioni che difficilmente Mosca potrebbe accettare a cuor leggero.

La polemica su Rubio, i silenzi del Cremlino

Si deve infatti registrare che la proposta che sarebbe stata elaborata da Steve Witkoff, ormai “pontiere” del presidente oltre la carica di inviato speciale per il Medio Oriente, e da Kirill Dmitriev, direttore del fondo sovrano russo (Rdif), non è stata per ora commentata dal Cremlino, con l’entourage di Vladimir Putin che ha dichiarato di non aver ricevuto ancora nulla di ufficiale, al contrario di quanto fatto dagli alleati europei dell’Ucraina e da Volodymyr Zelensky, che stanno concretamente ragionando sui 28 punti come una base negoziale.

Questa contraddizione politica è da segnalare attentamente come presupposto di una trattativa che si preannuncia quantomeno in salita. Del resto, nella polemica Usa o King ha manipolato o frainteso le parole di Rubio sulla “lista dei desideri russi” o lo stesso ex senatore della Florida ha nettamente esagerato, in ossequio a una consolidata posizione dei conservatori tradizionali Usa ostile alla trattativa con Mosca, la portata del piano.

In particolare, il piano al punto 5, tra le “garanzie di sicurezza affidabili” indicate da Axios nella bozza dei 28 punti, si legge che “gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO considererebbero un attacco all’Ucraina come un attacco all’intera “comunità transatlantica”. Nel punto 6, si concede all’Ucraina di tenere mobilitati 600mila effettivi, più del doppio dell’ante-guerra.

8 punti su 28 sono critici per Mosca

Quasi un terzo del piano, 8 punti su 28, contiene prescrizioni decisamente sfavorevoli a Mosca e spesso a esplicito vantaggio degli Usa. Nel punto 12, Washington prenota le risorse dell’Ucraina in termini di modernizzazione delle infrastrutture, trasferimenti di tecnologia, estrazione mineraria, mentre se da un lato il punto 13 prevede che la Russia “sarà reintegrata nell’economia globale”, dall’altro si aggiunge che “la revoca delle sanzioni sarà discussa e concordata in più fasi e caso per caso”, senza una roadmap precisa. Dunque la Russia al momento dell’armistizio resterebbe sanzionata e le potrebbe essere richiesto un accordo di co-sfruttamento delle risorse con gli Stati Uniti capace di portare in forza i capitali americani in un’economia oggi mobilitata per lo sforzo bellico, dalle infrastrutture alle terre rare.

Il 14esimo punto propone la clausola forse più dura per il Cremlino: 100 miliardi di dollari di beni russi congelati in Occidente dovranno essere investiti per ricostruire l’Ucraina in un processo a guida americana, con Washington che terrà per sé il 50% dei profitti, mentre un ulteriore contributo sarà richiesto all’Europa per ulteriori 100 miliardi di dollari.

Mosca dovrebbe poi riconoscere a Kiev la co-gestione della centrale di Zaporizhzhia (punto 19) e l’uso del Dnepr a fini commerciali (punto 23), e nel piano è presente un richiamo al controverso caso del sequestro di bambini ucraini in Russia che è costata a Putin l’indagine per crimini contro l’umanità da parte della Corte Penale Internazionale (Articolo 24).

Lukoil e Rosneft non menzionate

Aggiungiamo che non c’è riferimento a Lukoil e Rosneft, colossi energetici di Mosca travolti da sanzioni draconiane nel mese di ottobre e che potrebbero rimanere a lungo in un limbo. Gli asset esteri di Lukoil, in particolare, potrebbero finire facile preda dei fondi americani desiderosi di espandere la loro proiezione in Europa.

In sostanza, alla Russia sarebbe riconosciuto il Donbass, ridotto a un cumulo di macerie con oneri di ricostruzione colossali dopo una guerra che è costata a Mosca la rottura dei legami economici con l’Occidente, la riconversione dolorosa del sistema produttivo a un’economia di guerra, la perdita della Siria a dicembre 2024, l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, il ridimensionamento dell’estero vicino, l’inserimento americano nel Caucaso con la mediazione tra Armenia e Azerbaijan, da ultima la segnaletica adesione del Kazakistan, cortile di casa del Cremlino, nel trumpiani Accordi di Abramo.

America First tra Russia, Europa, Ucraina

Dovrà decidere la storia se quella che sul campo potrebbe essere una vittoria tattica conquistata nonostante l’appoggio di molti Stati all’Ucraina e con una discreta resilienza del Paese all’assedio economico lo sarà anche sul fronte politico e strategico. Ma la sensazione è che nei 28 punti di Trump il Cremlino abbia diversi capitoli su cui aprire una discussione. Non a caso, Zelensky teme e Putin parla, mentre l’Europa trema.

Washington, nel frattempo, prova a far sentire il peso della sua influenza per poter consolidare la sua presa sul Vecchio Continente con un piano di pace che è manifestazione della postura imperiale americana e proporrebbe garanzie securitarie e ricostruzione pagate da terzi e con i dividendi in mano agli Usa, cristallizzerebbe una spaccatura europea tutta funzionale al divide et impera americano, imporrebbe un protettorato economico sull’Ucraina e renderebbe il ritorno della Russia nell’economia mondiale una pedalata in salita da compiere al passo deciso dall’America. America First, nel senso di America davanti a tutti. Forse a Mosca che sia Zelensky a porre dubbi sul piano per primo va quasi bene. Ma viene il sospetto che Rubio i 28 punti non li abbia poi letti così attentamente…

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