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Società

318 milioni di persone a rischio fame nel mondo: il Wfp lancia il suo programma per il 2026

318 milioni di persone a rischio fame nel mondo: il Wfp lancia il suo programma per il 2026 tra minori fondi e sfide.

La trappola della fame nel mondo è in regresso rispetto ai livelli record degli anni scorsi, ma nel 2026 ci saranno almeno 318 milioni di persone che soffriranno per “acuta insicurezza alimentare”. Un dato allarmante, secondo il rapporto del World Food Programme delle Nazioni Unite, che ha pubblicato di recente il suo rapporto con le stime per l’anno a venire.

La mappa della fame nel mondo

L’agenzia con sede a Roma assieme all’Organizzazione Onu per il Cibo e l’Agricoltura (Fao), attiva in un’ottantina di Paesi nel mondo, ha indicato nei conflitti, nel cambiamento climatico e nelle carenze della cooperazione internazionale i vulnus principali che frenano Il Wfp riconosce che la carestia è stata confermata dall’Onu a Gaza e in alcune zone del Sudan, come la regione di Kadugli e quella di El Fasher, recentemente caduta in mano alle Forze di Supporto Rapido (Rsf) nel pieno della guerra civile. Nonostante la pausa della guerra civile, anche lo Yemen è in condizioni critiche.

Ma non è solo nei Paesi interessati dalle due guerre più violente per i civili del mondo nel 2025 che ciò si esplicita. Ci sono altre aree del mondo definite dal Wfp “punti caldi dove la sicurezza alimentare si potrebbe deteriorare entro maggio 2026“. Tra questi, il territorio della Cisgiordania e la Siria attraversate da tensioni e scontri possono estendere la cintura mediorientale della fame, mentre in Asia è da tener d’occhio il Myanmar sconvolto dalla guerra civile.

I tagli del 32% minacciano le mosse del Wfp

L’anarchia non aiuta a alleviare tali condizioni ad Haiti e in Afghanistan il regime dei Talebani non è ritenuto una garanzia per la sicurezza alimentare. Spiccano diversi casi in Africa: il resto del Sudan e il Sud Sudan, ma anche vaste aree della Nigeria e della Somalia sono a rischio. Il Wfp segnala anche una crescita delle zone a rischio per il calo della cooperaizone umanitaria nel mondo, citando ad esempio l’interruzione dell’assistenza a 1 milione di profughi in Uganda e a 900mila persone in Niger.

Per il 2026 saranno stanziati 13 miliardi di dollari, un calo dei finanziamenti del 32% rispetto al 2025 dettato soprattutto dal ritiro degli Stati Uniti dell’amministrazione Trump dal “foreign aid”. Questi tagli includono progetti in Paesi strategici per gli Usa, come 230 milioni destinati alla Siria e 560 all’Afghanistan. L’organizzazione Onu guidata da Cindy McCain, vedova dell’ex senatore dell’Arizona John McCain, mira ad assistere 110 milioni di persone che necessitano di assistenza prioritaria in tutto il mondo.

La lotta contro la fame continua

Per il 2026 il Wfp, si legge nel rapporto, si ripropone di reagire ai minori fondi per l’assistenza diretta lavorando con l’obettivo “rafforzare la comunità umanitaria affinché fornisca connettività come aiuto. Lo faremo stabilendo l’accesso ai servizi di informazione e comunicazione come un diritto fondamentale in contesti umanitari e fornendo indicazioni su come progettare e realizzare interventi appropriati”.

In definitiva, il Wfp dove le condizioni lo consentiranno “passerà gradualmente dalla distribuzione diretta a un ruolo abilitante, anche nei paesi a reddito medio-basso e nei contesti fragili. Nei luoghi in cui i sistemi non sono ancora pronti, il Wfp continuerà la distribuzione diretta, investendo al contempo in capacità, tecnologia e localizzazione”.

La lotta globale contro la fame stava conoscendo grandi progressi negli ultimi anni: il numero di 318 milioni di persone a rischio per il 2026 è nettamente inferiore agli 828 milioni registrati nel 2021, nel pieno della pandemia di Covid-19, un calo del 62%. Ma l’azione del Wfp è condizionata da minori fondi e instabilità geopolitica. E dietro ogni storia di sofferenza ci sono vite colpite dal rischio più grave: la morte per fame. Qualcosa di inaccettabile da sopportare nel mondo contemporanea.

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