Non era stato difficile prevedere che lo scandalo corruzione (non il primo ma di certo il più clamoroso) che scuote Kiev si sarebbe ancora allargato. Dall’iniziale imputazione di due ministri (quello della Giustizia Galushenko e quella dell’Energia Grynchk) e dalla fuga eccellente di Timur Mindich, vecchio amico e socio di Volodymyr Zelensky, si è passati alla fuga del segretario del Consiglio di Sicurezza (ed ex ministro della Difesa) Rustem Umerov, riparato negli Usa (di cui ha cittadinanza, dove vive la sua famiglia e dove detiene diverse proprietà) dopo aver abbandonato la Turchia dove era in missione per una serie di incontri bilaterali tesi a far ripartire il negoziato di pace; all’incriminazione dell’ex vice premier (ed ex amministratore delegato di Naftogaz, il colosso statale del gas) Oleksiy Chernyshov; e persino alla messa sotto accusa di Andriy Synyuk, il vice-capo della Procura anti-corruzione (SAP), accusato di aver avvertito Mindich, il quale è potuto così scappare dall’Ucraina per rifugiarsi in Israele.
La slavina è diventata valanga e tutto fa pensare che non si sia ancora depositata a valle. Mormorii, sospetti e accuse puntano ora al bersaglio grosso, a colui che in Ucraina molti detestano ma che negli ultimi anni si è affermato come figura decisiva nella struttura del potere zelenskiano, tanto da essere spesso considerato un “presidente ombra”: Andrij Jermak, il potente capo dell’amministrazione presidenziale. Anche lui uscito dal mondo dello spettacolo (era un produttore di film d’azione) e anche lui per molto tempo socio in affari di Zelensky, è di fatto l’unico “sopravvissuto” alla selezione, in parte naturale e in parte dovuta appunto alle inchieste, che man mano, negli anni, ha eliminato i collaboratori storici del Presidente, in gran parte usciti appunto dagli anni della sua frequentazione del mondo dello spettacolo.
A rendere pubblico il malcontento nei confronti di Jermak è stato un deputato di Servo del popolo, Jaroslav Zheleznyak, rivelando che il capo dell’amministrazione presidenziale appare nelle intercettazioni telefoniche e ambientali che SAP e NABU (l’Agenzia nazionale anti-corruzione ucraina) hanno raccolto per poi lanciare l’Operazione Re Mida contro il clan dei corrotti. Nei nastri delle conversazioni con Timur Mindich, la mente dello schema estortivo, Jermak figurerebbe con lo pseudonimo di Alì Baba e sarebbe stato partecipe del giro di malaffare. Zheleznyak, e non solo lui, ha quindi chiesto a gran voce il licenziamento di Jermak.
L’ufficio di Jermak, peraltro, non ha una grande reputazione quanto a corruzione. Uno dei suoi vice, Andriy Smirnov, è finito nei pasticci per corruzione. E altrettanto è successo a un altro dei vice, Rostyslav Shurma, indagato per una brutta storia di indennizzi concessi a suo fratello per certi terreni finiti sotto il controllo dei russi. Entrambi sono stati rimossi ma ora il ricordo delle loro manovre viene recuperato e ingigantito dai sospetti sul loro capo.
Jermak, con il potere che ha accumulato, è tipo da prendere con le molle. Ma il mugugno cresce, soprattutto nel ventre molle del Parlamento dominato dalla maggioranza assoluta di Servo del popolo. Il rischio, per Zelensky, è che la base non lo segua più ciecamente come prima, spinta non solo dagli scandali ma anche dall’andamento negativo delle operazioni al fronte e dalla crescente difficoltà nel reperire fondi all’estero. Ursula von der Leyen ha detto chiaro e tondo che all’Ucraina nel 2026 servono 70 miliardi per non finire in default ma la Ue non è ancora riuscita a superare i veti dell’ungherese Viktor Orban e dello slovacco Robert Fico né a convincere Valérie Urbàn, direttrice generale di Euroclear, l’agenzia belga che detiene 193 miliardi russi “congelati”, ad aprire i cordoni della borsa. Al contrario, la Urbàn ha dichiarato che Euroclear potrebbe anche far causa alla Ue, se questa insistesse nella sua pressione.
Jermak sembra ancora saldo al fianco di Zelensky che, come fan tutti in questi casi, ha mollato la zavorra dei corrotti indifendibili e ha promesso di fare pulizia. Non solo: il presidente-ombra ha varato una strategia di difesa che tira in ballo Ihor Kolomoisky, l’oligarca che contribuì all’ascesa politica di Zelensky e fu poi allontanato dal Presidente quando le sua presenza e le sue pretese divennero troppo ingombranti. Nella campagna pro-Jermak, sarebbe Kolomoisky (che peraltro da tre anni sta nel centro di detenzione preventiva dell’SBU) ad aver ordito questo complotto per vendicarsi di Zelensky e dei suoi compagni di strada. L’oligarca, per parte sua, palesemente se la gode e durante le udienze del suo processo ha definito Zelensky “il piccolo Napoleone”, ha previsto la sua prossima uscita di scena e di Timur Mindch ha detto che “non era certo all’altezza di essere un capomafia”, che è solo “un capro espiatorio” e che le vere responsabilità vanno cercate in alto, molto più in alto.
Ma il punto vero è politico. Tutti, in Ucraina, sanno che fu Jermak a ispirare, nel luglio scorso, l’attacco contro NABU e SAP attraverso una legge che di fatto eliminava la loro autonomia, a cui Zelensky non volle mettere il veto e che fu poi ritirata dopo una settimana di proteste, anche di piazza. E molti ora pensano che, se non fosse stato per l’improvvida iniziativa di Jermak, tutto sarebbe rimasto sotto traccia e il tema corruzione sarebbe stato affrontato come sempre: qualcuno sarebbe stato licenziato, qualcun altro trasferito, e i più fortunati avrebbero continuato a rubare. Senza tutto questo clamore, che mette anche a repentaglio le relazioni estere, e senza dover pensare che oggi NABU e SAP, inveleniti, vogliano fare i conti con Jermak, anche a costo di far crollare tutta l’impalcatura del potere zelenskiano. Ecco perché adesso cresce il numero di quelli che chiedono a Zelensky di disfarsi del suo braccio destro.
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