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Per settimane sono stati solo rumors, ma ora la prospettiva di un trasferimento della sede centrale di Ubs, la maggiore banca svizzera, negli Stati Uniti appare più di una semplice ipotesi di studio.

Il dialogo tra Bessent e il presidente di Ubs

Nei giorni in cui Berna e Washington trovavano un accordo per l’abbassamento al 15% dei dazi imposti dagli Usa alla Svizzera, inizialmente posti al 39% principalmente per la disputa per l’oro raffinato dal Paese alpino, il presidente di Ubs Colm Kelleher ha incontrato privatamente il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, per discutere delle possibilità dello spostamento dell’istituto. Il top management di Ubs da tempo si dichara pressato dalle crescenti richieste delle autorità elvetiche.

La Svizzera, infatti, chiede a Ubs un rafforzamento del suo patrimonio per completare il processo di rafforzamento della banca dopo che nel 2023 proprio il governo di Berna spinse politicamente e finanziariamente, di concerto con la Banca centrale elvetica, per forzare l’incorporazione di Credit Suisse, prossima al fallimento, nella sua rivale. La manovra fu politicamente facilitata da una vasta iniezione di capitale e dalla scelta governativa di azzerare le obbligazioni permanenti AT1 di Credit Suisse, subordinando i titolari di queste ultime ai possessori di quote del gruppo nella lista del soddisfacimento, per consentire a Ubs di acquisire la concorrente per poco più di 3 miliardi di dollari.

Le prospettive strategiche di Ubs

Ora, con diverse cause legali che hanno messo in dubbio questa possibilità e con un’incorporazione in completamento, Ubs è richiesta di alzare il suo patrimonio di 26 miliardi di dollari, una cifra che imporrebbe al Ceo Sergio Ermotti e al top management di ridimensionare nei prossimi anni la distribuzione dei dividendi generati dall’attività operativa. Fumo negli occhi per Ubs, che si sta muovendo per cercare alternative e strumenti di pressione.

La possibilità di spostare il quartier generale oltre Atlantico, dopo un dialogo con l’amministrazione Trump, è stata ipotizzata. Del resto dopo anni in cui i regolatori americani hanno guardato con diffidenza agli attori finanziari stranieri desiderosi di ricollocarsi negli Usa, “l’amministrazione Trump si è mostrata più aperta all’idea di attrarre istituti finanziari europei”, nota il Financial Times, e Ubs è potenzialmente attratta dalle politiche pro-business e di deregulation promosse da Bessent , che lavora per ridurre le regole su capitalizzazione e liquidità da mantenere in deposito per incentivare l’ingresso di istituti nel Paese, mentre le banche d’affari americane macinano utili imponenti.

L’America First bancario di Trump e Bessent

Portare oltre Atlantico la prima banca di Svizzera, seconda nell’Europa continentale dopo Santander e ventunesima al mondo per capitalizzazione sarebbe indubbiamente una mossa senza precedenti da parte delle autorità Usa. La competizione oggi si gioca tanto sull’attrattività delle condizioni di mercato quanto sul potere contrattuale dei Paesi, e non solo del sistema finanziario.

Ubs può agire come attore “geoeconomico” a sé, e questo mostra anche una fase di transizione del sistema bancario elvetico ora concentrato in un unico grande attore, divenuto talmente influente da poter valutare se aderire o meno alla regolamentazione che proprio chi ha favorito la sua espansione vuole promuovere. E Trump e Bessent guardano alla finestra, sperando che l’agenda pro-business diventi una sirena allettante per fare di Ubs un simbolo della strategia America First del governo a stelle e strisce.

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