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Le indagini sull’attentato terroristico che ha scosso Delhi lo scorso 11 novembre sono ancora in corso. Il cerchio si sta restringendo attorno a una fantomatica “rete dei colletti bianchi” connessa a Jaish-e-Mohammed e al jihadista Ansar Ghazwat-ul-Hind, rispettivamente un gruppo islamico basato in Pakistan e un ramo di Al Qaeda, entrambi fuorilegge in India.

La National Investigation Agency, la principale agenzia federale del Paese contro il terrorismo, ha intanto identificato l’identità dell’assalitore in Umar Un Nabi Mohammed, un insospettabile medico trentaseienne di origine kashmira che lavorava in una clinica di Faridabad, città satellite della capitale indiana.

Proprio a Faridabad, poco prima dell’attentato, erano stati arrestati in una maxi operazione d’intelligence altri due medici trovati in possesso di 2.900 chilogrammi di nitrato d’ammonio, sostanza chimica usata per realizzare esplosivi. Enigma risolto, dunque? Nemmeno per idea perché i media indiani hanno lasciato intendere che dietro a quanto accaduto di fronte a Red Fort ci sarebbe “l’ombra della Turchia“.

Cosa c’entra la Turchia

Secondo The Economic Times, che ha citato fonti di intelligence, l’esplosione di Delhi sarebbe stata effettuata da un gruppo vicino a Jaish-e-Muhammed interessato a vendicare gli ingenti danni inflitti al quartier generale dell’organizzazione a Bahawalpur, in Pakistan, durante l’Operazione Sindoor. C’è dell’altro: i (presunti) medici responsabili dell’esplosione erano di stanza in Turchia ed erano in contatto con la stessa organizzazione.

E ancora: Umar Un Nabi, che si presume abbia guidato l’auto esplosa, e il suo complice, Muzammil Shakeel Ganaie, che è stato arrestato, si sarebbero addirittura recati in Turchia per pianificare l’attacco. L’antiterrorismo dello Stato indiano dell’Uttar Pradesh ha inoltre arrestato un certo Farhan Nabi Siddiqui, co-fondatore di Istanbul International, con l’accusa di aver pubblicato materiale incitante all’odio e di aver ricevuto oltre 11 crore di rupie in fondi esteri.

La polizia indiana ha affermato che alcune prove preliminari indicherebbero la presenza di una rete ben strutturata che utilizza le facciate delle Ong per promuovere narrazioni divisive e riciclare fondi stranieri sotto la copertura di attività religiose ed educative.

L’ambasciata turca in India ha negato qualsiasi coinvolgimento affermando di respingere qualsiasi atto di terrorismo. La sede diplomatica di Anakara ha inoltre dichiarato che l’affermazione secondo cui la Turchia sarebbe coinvolta in “attività di radicalizzazione” contro l’India, o qualsiasi altro Paese, è priva di qualsiasi fondamento fattuale.

L’India infastidita da Erdogan

Al netto di quanto hanno scritto i media indiani non sono ancora emerse prove ufficiali che consentano di chiarire cosa sia accaduto a Delhi e chi abbia organizzato l’attentato. Certo è che l’ipotesi della “rete dei colletti bianchi” coincide con le parole pronunciare dal primo ministro Narendra Modi che ha definito la strage come “una cospirazione”.

Ma perché tirare in ballo la Turchia? Semplice: il fatto che Recep Tayyip Erdogan voglia diventare una sorta di punto di riferimento dell’Asia musulmana sta irritando Delhi. Non solo: Ankara ha dimostrato estrema vicinanza alla causa palestinese (mentre Modi è vicino a Israele) e a quella del Kashmir, e ha rafforzato i rapporti (anche militari) con l’arci nemico indiano Pakistan.

La crescente partnership di difesa tra turchi e pakistani, che includerebbe anche il trasferimento di tecnologia dei droni e la cooperazione navale, ha dunque irritato Delhi. A conferma delle tensioni tra Turchia e India, pare che Ankara abbia recentemente bloccato il proprio spazio aereo interrompendo il trasferimento di alcune forniture militari statunitensi destinate all’India. Il riferimento è agli elicotteri d’attacco Ah-64e Apache, costretti (per il momento) a tornare in Arizona in attesa di un nuovo percorso logistico che bypassi la Turchia e consenta l’arrivo sul suolo indiano…

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